Various Artists, We Are the Beautiful: Two Decades of Shoegaze 1991-2011

Andrea Trevaini
3 minuti di lettura

VARIOUS ARTISTS
We Are the Beautiful: Two Decades of Shoegaze 1991-2011
4CD, Cherry Red 
***1/2

La definizione di shoegaze pare derivi dal soprannome attribuito dalla stampa musicale britannica ai chitarristi di questa corrente, nata alla fine degli anni Ottanta: durante i concerti sembravano fissarsi le scarpe, quando in realtà tenevano gli occhi puntati sulla nutrita pedaliera necessaria a governare fuzz, riverberi, loop e distorsioni che ne caratterizzavano l’inconfondibile suono.

We Are the Beautiful raccoglie una settantina di brani, in ordine cronologico dal 1991 al 2011, documentando la nascita e l’evoluzione di un nuovo wall of sound: chitarre stratificate, amplificatori portati al limite, effetti elettronici e melodie fortemente debitrici del Britpop. Nelle note, Frank Deserto individua i principali ispiratori del movimento nei Cocteau Twins, nei Jesus & Mary Chain e soprattutto nei My Bloody Valentine, grazie ai fondamentali Isn’t Anything (1988) e Loveless (1991). Da qui prese forma una scena vivacissima, sostenuta da etichette indipendenti come Creation, 4AD, Cherry Red, Dedicated, One Little Indian e Slumberland, destinata a influenzare profondamente anche il rock americano del nuovo millennio. Le band shoegaze e dream pop condividevano spesso musicisti e collaborazioni, sperimentando nuove tecnologie e assorbendo influenze provenienti da grunge, industrial, dance, hip hop e pop.

Il primo CD è quasi interamente dedicato alla scena inglese. Si parte con i seminali Ride di Oxford e con i Telescopes, debitori di Velvet Underground e Suicide, entrambi legati alla Creation. Seguono Lush, protagonisti della prima ondata, gli amatissimi Charlottes, sostenuti da John Peel, i Blind Mr. Jones, fra i pionieri del dream pop, i Catherine Wheel, capaci di fondere shoegaze e space rock, e gli sfortunati ma eccellenti Swallow.

Il secondo disco si apre con gli straordinari Slowdive, poi evolutisi nei Mojave 3, e con i Chapterhouse, fra i primi a integrare elettronica e chitarre. Completano la sezione britannica i Cranes, mentre sul fronte statunitense emergono i Veldt, che innestano venature soul, Alison’s Halo, i più noti Brian Jonestown Massacre, oltre a Morella’s Forest e agli sperimentali Anywhere.

Il terzo CD parte dai Cocteau Twins per spostarsi verso realtà americane meno conosciute ma interessanti: Autumns, Bethany Curve, Lowsunday, Bowery Electric, con il loro post-rock elettronico, Mira, i malinconici Con Dolore e gli eterei Auburn Lull, arrivando fino alla metà degli anni Duemila.

L’ultimo disco testimonia la diffusione internazionale dello shoegaze con gli americani Film School, gli svedesi Mary Onettes, i russi Pinkshinyultrablast e i neozelandesi Tamaryn. Il suono si fa progressivamente più duro e lascia affiorare l’influenza dei Joy Division, confermando come lo shoegaze abbia saputo attraversare e rinnovare oltre trent’anni di musica rock.

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