Voci dalla Nuova America: intervista a Natalie del Carmen

Raffaele Galli
8 minuti di lettura

Sei nata a Los Angeles e cresciuta lì. Com’è stata la tua infanzia?
È stato bello crescere a L.A. Credo di averlo dato per scontato, nella mia vita, ma non potrei immaginare l’infanzia in un’altra città. Crescendo, con mia madre ho potuto assistere a un’infinità di concerti. Tutto ciò di cui hai bisogno lo trovi nell’arco di 20 miglia. A casa mia, arte, musica e creatività sono state sempre valorizzate; mi riconosco in questi interessi, perciò sono grata alla mia famiglia per avermi incoraggiato a dedicarmi alla musica ed essere una cantautrice. Da adolescente, sono andata a scuola di musica — frequentare il college, per me, era importante. Seguire un percorso artistico è difficile, ma ho provato a farlo proprio con Pastures. Comincio a vedere la vita nei suoi alti e bassi, negli avvenimenti collaterali. Prima pensavo solo al fare musica. È ancora così, ma con più realismo.

Quindi ti sei iscritta al Berklee College of Music.
Le scuole superiori rappresentano un’esperienza decisiva. Sei in comunità con altri giovani, conosci il divertimento, conosci gli ostacoli, diventi indipendente. Andare al Berklee è stato meraviglioso per tutti questi aspetti. Ho studiato cantautorato, imparato un sacco su come costruire una canzone, su ciò a cui prestare attenzione affinché possa avere successo. Non c’è una laurea in arte che possa garantirti la popolarità, ma io ne sono uscita a vent’anni con una buona idea di come gestire il mio lavoro. «L’artista dev’essere la persona che in una squadra lavora più duramente, perché è quella più motivata», si dice, e penso sia proprio così.

Nel 2023 hai esordito con Bloodline.
Ripenso con un sorriso a quel disco, un progetto pieno di tristi canzoni d’amore. Mi sentivo malinconica nello scriverle, ma all’epoca non avevo altro da dire. Avevo solo 18, 20 anni e tante cose ancora da elaborare. Quando lo riascolto ora, mi rendo conto di come fossi ingenua, allora, ma apprezzo l’onestà di fondo. Ora spero di aver imparato a comporre senza ricorrere a cliché abusati, ma ci sono legami tra Bloodline e Pastures, perché i temi dell’amicizia e della famiglia continuano a interessarmi.    

E Pastures, com’è nato? 
Avvicinandomi all’Americana e al country, influenze che ho affrontato con maggior decisione. E cercando di mettere ordine in un periodo di confusione personale… volevo scrivere col rigore che sentivo sfuggirmi nella vita quotidiana, ma il tumulto, in natura, si rifiuta di farsi regolare. Forse per questo molte mie canzoni sembrano monologhi o colloqui o idee sugli stessi temi sui quali non ho fatto chiarezza… Ma mi piace così, è l’irruenza dei vent’anni, quando tutto è decisivo.

Hai registrato l’album con il collettivo musicale Brunjo, del Tennessee. Cosa mi dici al riguardo?
Brunjo è uno studio creativo composto da tre dei miei musicisti e produttori preferiti. Li ho incontrati al college, sono bravissimi, molto personali. Puoi registrare come fanno a Nashville, sei brani in un solo giorno e te li fai andar bene, per questioni di tempo, oppure puoi registrare come fanno i Brunjo. Pastures si è preso otto giorni: per me siamo stati anche veloci, ma i Brunjo vogliono sapere, da te, esattamente ciò che vuoi. Ti chiedono perché hai scritto il pezzo, leggono i testi e si preoccupano quanto te. Creano fiducia. Come fanno i bravi produttori. 

Mi sono piaciute molto tue canzoni come El Cortez, ballata che attiene al tema del rapporto genitori-figli; Good Morning from Magnolia, per via del suo feeling bluegrass, ed Heyday, con violino, chitarre e pedal steel al loro meglio… 
Ero vicina a un crollo tipico dei vent’anni… Quella settimana pensavo che nella vita non avrei combinato nulla: lo pensavo a 23 anni! Ne ho solo ventiquattro ora, ma in un anno ho imparato che non c’è un’età precisa per dire «è troppo tardi». Certo, ogni tanto vedi altri muoversi con più rapidità e ti scoraggi. Quando nel ritornello di Heyday canto «tengo da parte il mio periodo d’oro, in attesa / nella tasca delle mie esperienze insieme al resto», sto esprimendo quei dubbi e anche il fatto di non voler essere sopraffatta dal senso di difficoltà.

E Leanne, dove possiamo apprezzare un vecchio banjo degli anni Trenta, significa qualcosa di speciale per te?
Leanne è una delle mie canzoni preferite. È una delle canzoni più dirette del disco, non l’ho composta ricorrendo a metafore. Volevo scrivere un pezzo sulla mia migliore amica dell’infanzia, sull’amore, il dolore e la gratitudine. È venuta fuori un po’ melensa, più zuccherosa di quanto volessi, ma talvolta nascono così le migliori canzoni. Quand’è morta la cagnolina della mia infanzia, quell’amica si è presentata alla mia porta con una pianta di cactus su cui aveva attaccato un biglietto con scritto «riposi in pace». Ho scritto la canzone il giorno seguente.

Quali sono state le reazioni al tuo album negli States?
Le ho sentite positive, cosa di cui sono contenta. Mi piace sempre sottolineare che un disco è più complesso del singolo artista che lo realizza. È una somma tra chi lo ha prodotto, mixato, masterizzato… perciò, sono felice anche per chiunque ci abbia messo mano. Ho ricevuto commenti nei quali mi sono riconosciuta, mi hanno aperto gli occhi su aspetti di cui non mi rendevo conto. Tanti ascoltatori interpretano Pastures in una direzione del tutto personale, a seconda di come risuona con le loro vite.

Sei una cantautrice della gen Z, quali sono, fra i coetanei, i tuoi musicisti preferiti?
Bella domanda. Mi piace Noeline Hofmann, un’autrice talentuosa: la sua Purple Gas è una delle più belle canzoni scritte negli ultimi cinque anni. Inoltre, sono un’estimatrice di Ken Pomeroy, il suo disco Cruel Joke vale davvero la pena. 

E le tue influenze?
Sono cresciuta ascoltando i Lumineers e Gregory Alan Isakov. E Brandi Carlile. Di recente mi sono appassionata a Rayland Baxter e Izaak Opatz.

Progetti futuri?
La cosa migliore del songwriting è che c’è continua evoluzione, non rimani mai senza materiale. Ho scritto molto, in questi mesi invernali, ed è una cosa positiva: non sono mai stata un’autrice in grado di farlo ogni giorno, bensì (per lo più) per periodi brevi. Spero di avere presto un nuovo disco.

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