Attivi, ormai, dalla bellezza di 42 anni, i Jayhawks non cessano di sorprenderci ed entusiasmarci, tant’è che abbiamo laureato il nuovo Sanctuary Park come nostro «disco del mese» per il numero 502 del Buscadero, in edicola nella prima metà di settembre. Ne abbiamo parlato con chi, dopo l’improvvisa defezione di Mark Olson (avvenuta nel 1995), si è trasformato nel deus ex-machina del gruppo: Gary Louris, originario di Toledo, Ohio, ma oggi canadese, in pratica, per ragioni affettive.
Penso non abbiate mai davvero pubblicato un album «poco riuscito», ma senz’altro Sanctuary Park è il vostro migliore dai tempi di Tomorrow the Green Grass.
Nessuno dei nostri dischi è stato perfetto, ma sono orgoglioso di ognuno di essi. Detto ciò, ci sono solo un paio di album che suonerei volentieri dalla prima all’ultima canzone durante un concerto e questo è uno di quelli. Mi sono messo in testa di dimostrare come un artista possa essere ancora creativo al massimo, anche se non è più considerato «giovane». Ho sempre la sensazione di essere sottovalutato e di avere ancora qualcosa da dimostrare. Si può dire che abbiamo un bel dente avvelenato.
Tua moglie Stephanie è stata la principale fonte d’ispirazione per molte delle canzoni…
Scrivi di ciò che conosci: è quello che si dice. Trovare l’amore della propria vita non può fare altro che ispirare. Steph non si limita a ispirarmi: infonde in me una fiducia e una sicurezza che a volte mi mancano. Voglio far conoscere al mondo questa donna e la forza dell’amore. Ci sentiamo come una versione moderna di John e Yoko. Siamo inseparabili.
Se dovessi trovare una parola chiave per descrivere questo disco, sarebbe «Canada»: hai lavorato con un produttore canadese in uno studio canadese, tua moglie è dell’Ontario e il Canada è il luogo in cui vivi oggi.
Sì. Sul retro della copertina dell’album c’è persino la scritta made in Canada! Con tutto quello che sta succedendo in questo continente, ci è sembrato giusto far nascere questa storia in Canada. Un produttore canadese, un ingegnere del suono canadese, uno studio canadese e contenuti canadesi. Sono un cittadino americano, ma risiedo anche, permanentemente, in Canada. Questo mi offre una prospettiva particolare, che poche persone hanno. Quando Bob Ezrin ci ha fatto capire con chiarezza di voler realizzare questo disco con noi, la storia ha iniziato a prendere forma. Inoltre, l’amore per mia moglie — una canadese fierissima delle proprie radici — mi ha spinto a inserire numerosi riferimenti al mio Paese d’adozione.

Cìò nonostante, i Jayhawks restano una vera band americana. È però giusto dire che avete sempre subito una forte influenza anche dai musicisti canadesi? Dopotutto, il confine non è così lontano da Minneapolis…
Per certi versi, il Minnesota ha sempre dato l’impressione di far parte del Canada. Quando «voi-sapete-chi» ha proposto, in modo piuttosto offensivo, di trasformare il Canada nel cinquantunesimo Stato degli USA, ho pensato fosse meglio fare del Minnesota l’undicesima provincia canadese! Sì, possiamo essere considerati una band americana, ma mi sento parte soprattutto di una band nordamericana. Con i nostri vicini canadesi condividiamo gli spazi sconfinati, i cieli immensi, un clima a volte brutale e quella qualità definita da molti Minnesota Nice. Il nome Jayhawks, inoltre, rende omaggio ai nostri primi eroi, The Band (Robbie Robertson, Rick Danko, Levon Helm e Richard Manuel), conosciuti in precedenza come The Hawks. Da loro a Neil Young, da Joni Mitchell a Leonard Cohen, l’elenco delle icone canadesi capaci di influenzarci è davvero lunghissimo.
Vi siete ritrovati a lavorare con Bob Ezrin 26 anni dopo Smile. Com’è accaduto?
Mia moglie e io eravamo in un hotel di Chicago e parlavamo di come avrebbe potuto essere il prossimo album. Proprio in quel momento, lei mi ha suggerito di chiamare Bob Ezrin. Aveva appena rinunciato alla cittadinanza americana, per protesta contro l’amministrazione in carica, e volevamo dirgli quanto apprezzassimo la sua presa di posizione. Durante la telefonata è venuto fuori il fatto che stavo cercando di capire quale sarebbe stato il passo successivo per il nuovo disco. Lui mi ha risposto: «Lo voglio fare io. Lo sai, ho sempre avuto un debole per i Jayhawks. Lavorerò per pochi soldi. Lavorerò in cambio di un piatto di minestra!».
L’impostazione di Ezrin, in questo album, è molto diversa rispetto a Smile: il suono è più roots, più vicino ai vostri primi dischi. E, soprattutto, si avverte un’atmosfera da registrazione live in studio.
È assolutamente così. La prima cosa detta da Bob, è stata molto chiara: questo non sarebbe stato il seguito di Smile. Per tanti motivi. Prima di tutto, entrambi eravamo convinti di una cosa: oggi il mondo sente la mancanza di musica vera, suonata da persone vere nella stessa stanza. Quando ascolto la musica di oggi, tutto mi sembra disumano. Vita, particolarità e imperfezioni sembrano sparite. È come se qualcuno avesse tolto l’aria dalla stanza. Non si percepiscono più persone impegnate a suonare insieme, alimentate dalla sinergia nata in quei momenti. Si sente invece ciò che realmente è: musica realizzata con strumenti virtuali, talvolta da musicisti virtuali e, sempre più spesso, composta dall’intelligenza artificiale. Perfetta, ma senz’anima. In secondo luogo, l’industria musicale è cambiata radicalmente dai tempi di Smile, uscito nel 1999. Oggi nessuno compra più i dischi. La musica si ottiene gratis, oppure in streaming a prezzi irrisori. Di conseguenza, gli artisti guadagnano meno e i budget per incidere un album non esistono quasi più. Nel ‘99, avevamo il lusso di trascorrere oltre un mese in diversi studi, con sezioni d’archi e giornate dedicate alle sovraincisioni. Per Sanctuary Park, invece, abbiamo avuto soltanto dieci giorni. Era tutto ciò che potevamo permetterci. Per fortuna, questa situazione ha valorizzato i nostri punti di forza: suonare insieme nella stessa stanza, senza un budget spropositato e senza aggiungere strati inutili. Abbiamo mantenuto tutto essenziale e semplice. Così è nato un album perfetto anche da portare sul palco.
In Mr. Lincoln, come ti è venuta l’idea di raccontare l’assassinio del presidente dal punto di vista di un musicista dell’orchestra del teatro?
Diversi anni fa, quando andavo più spesso a Nashville per scrivere con altri autori, Warner Chappell — la mia casa editrice dell’epoca — mi affiancò a Emerson Hart. L’idea era scrivere hit per altri artisti, ma diventò subito chiaro come preferissimo comporre brani piacevoli per entrambi. Emerson è il cantante dei Tonic e prima di allora non lo conoscevo affatto. Diventammo amici in tempi rapidi e, poco dopo, ci accorgemmo di avere materiale sufficiente per un album. Poi la vita ha preso un’altra direzione e il disco non si è mai fatto. Eppure, quelle canzoni mi sono rimaste dentro, soprattutto Mr. Lincoln. Emerson è un grande appassionato di storia americana e la sua famiglia ha radici profonde in molti di quegli avvenimenti. La sua casa, appena fuori Nashville, è una splendida fattoria risalente all’epoca della guerra civile, piena di mobili e oggetti d’antiquariato. Io avevo una melodia, poi abbiamo cominciato a parlare e ci è sembrato interessante raccontare l’assassinio di Abraham Lincoln attraverso gli occhi di un testimone diretto, un musicista nella fossa dell’orchestra del teatro la sera dell’attentato. Per rendere il tutto ancora più avvincente, il narratore è un simpatizzante confederato e, all’epoca, non nutriva alcuna simpatia per Lincoln. Questa storia mi ricorda la profonda divisione presente oggi negli Stati Uniti.

American Midnight è una canzone politica? E vivere tutto quello che sta succedendo negli USA da «canadese», cambia il modo di guardare la situazione?
Di solito, evito di scrivere canzoni strettamente politiche. Gli avvenimenti d’attualità invecchiano in fretta e finiscono per perdere interesse. Preferisco occuparmi della politica dell’amore, sempre rilevante. Questa canzone, però, è sgorgata spontaneamente e non potevo ignorarla. Non sto cercando di puntare il dito o di stabilire chi abbia ragione o torto, anche se la tentazione ce l’avrei. Volevo piuttosto raccontare la profonda tristezza provata nel vedere il paese dove sono nato, cresciuto e ho vissuto, il luogo in cui risiede ancora parte della mia famiglia, diviso in due da un abisso sempre più profondo. Le famiglie si spezzano. Le amicizie si logorano. Dal Canada, osservo tutto attraverso gli occhi di un canadese. I canadesi non sono tanto arrabbiati quanto confusi. Perché i nostri amici e alleati di lunga data, gli Stati Uniti, si sono rivoltati contro di noi? Sotto molti aspetti, il nodo riguarda le armi. Vivere in un paese privo di armi da fuoco è straordinario. Gli Stati Uniti sono il mio paese, ne sono innamorato. Ma sono davvero anche molto preoccupato per il loro futuro.
Rowing the Boat sembra una moderna ninna nanna. È così?
Un paio d’anni fa, il mio editore mi ha chiesto di scrivere una canzone per una nuova serie a cartoni animati del canale Nickelodeon. Ho accettato con entusiasmo e ho scritto Rowing the Boat, un brano a mio avviso perfetto e tra i migliori da me mai composti. Adoravo il messaggio rivolto ai più piccoli: «Possiamo essere tutti diversi, ma alla fine siamo uguali… un barboncino è un cane, proprio come un alano!». Alla fine, Nickelodeon ha rinunciato al pezzo, ma per puro caso l’ho fatto ascoltare a Ezrin e lui ne è rimasto entusiasta. Ha preteso di inserirlo nell’album. Abbiamo così ripreso la registrazione originale, sostituendo il mio pianoforte e i miei cori con il pianoforte di Karen Grotberg, le voci di Karen e Tim O’Reagan, più il contrabbasso e il mandolino suonati da Marc Perlman. Continuava comunque a sembrare un brano un po’ isolato rispetto al resto del disco. Poi mi è venuta l’idea di metterlo in chiusura. Sì, ecco, una ninna nanna, se volete. Un po’ come Good Night nel White Album.
Nel 2026, i Jayhawks festeggiano quarant’anni di carriera: nel 1986 avresti mai immaginato di essere ancora qui dopo quattro decenni?
Assolutamente no! All’inizio speravamo semplicemente di rimediare un altro concerto. Poi il sogno è diventato salire su un furgone e suonare un po’ in giro. In seguito, è arrivato l’obiettivo — quasi impensabile — di ottenere un contratto discografico e registrare un vero album. Dopo ancora, sognavamo di salire su un tour bus e portare la nostra musica in tutto il mondo. Infine, speravamo di avere l’occasione di incidere un secondo disco. Eccoci qui, quarant’anni dopo. Le case discografiche continuano a volere i nostri album, il pubblico viene ai concerti e canta le nostre canzoni. Stiamo persino vedendo arrivare una nuova ondata di fan più giovani.
In retrospettiva, come consideri oggi la vostra carriera? C’è qualcosa che cambieresti?
Sono orgoglioso della nostra eredità artistica. Sono orgoglioso della nostra longevità. Non molte persone possono guardare il portafoglio e dire di avere guadagnato il denaro dentro di esso facendo ciò che amano. Soprattutto, la musica realizzata da noi ha avuto un significato per altre persone. La soddisfazione più grande arriva quando qualcuno mi dice: «Mi avete aiutato a superare la morte di mio fratello», oppure «Mi avete accompagnato durante gli anni dell’università», o ancora «Ci siamo innamorati e ci siamo sposati con la vostra musica». Storie del genere mi fanno capire di avere creato un legame con gli altri e mi danno un senso di scopo. Cambiare qualcosa? Sì, ci sono decisioni prese, o evitate, diversamente da come avrei voluto. Penso ad alcune scelte manageriali. Oppure a diversi errori sul piano organizzativo. Però abbiamo lavorato sodo. Abbiamo dato tutto. A volte la fortuna è stata dalla nostra parte, altre volte no. Il rimpianto più grande riguarda il numero dei dischi. Sanctuary Park è il nostro dodicesimo album in studio, ma sono convinto che, in quarant’anni, avremmo potuto pubblicarne almeno altri dieci. Le canzoni non ci sono mai mancate. Il problema era un altro. Non essendo un gruppo da milioni di copie vendute, la casa discografica rimandava sempre le uscite in attesa del momento giusto. C’è tantissima musica mai pubblicata e destinata a rimanere inedita. Ah, già… vincere uno o due Grammy e vendere milioni di dischi non mi sarebbe dispiaciuto! Ma abbiamo sempre fatto le cose a modo nostro. Proprio per questo la nostra musica è senza tempo e nessuno suona, o ha mai suonato, come i Jayhawks.
Oltre al tour mondiale in partenza quest’autunno, avete in programma qualche festeggiamento? Magari un’edizione deluxe del vostro primo LP?
Tour, tour, tour. questo è il programma. Faremo più date rispetto agli ultimi anni. Vogliamo anche raggiungere paesi trascurati in passato. Come l’Italia! Desideriamo davvero tornare da voi. Ci serve solo un pubblico ancora più numeroso e promoter disposti a portarci da voi. Arriveremo, ve lo prometto! A proposito delle edizioni deluxe, mi hai fatto venire in mente una cosa. Possediamo ancora i nastri originali, da due pollici, del nostro primo album. Registrati su bobina. Contengono molte take alternative e brani mai ascoltati prima. Forse è arrivato il momento di tirarli fuori dall’archivio e pubblicarli. Grazie per avermelo ricordato!


