Warren Haynes Band live al Comfort Festival, Cinisello Balsamo (MI), 4/7/2025

Mauro Zambellini
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Foto © Rodolfo Sassano

Nella stessa settimana di Bruce a San Siro, la Barley Arts (sia lodata) replica dando il via al Comfort Festival nel parco di Villa Casati a Cinisello Balsamo, un festival che vedrà salire sul palco in serate diverse Ben Harper, Wolfmother e Dirty Honey, Treves Blues Band, Blackberry Smoke, Joe Satriani e Steve Vai.

Ma è l’inaugurale giornata di venerdi 4 luglio quella che mi interessa di più. Anche se per via del caldo soffocante e del traffico arrivo in ritardo e salto lo scoppiettante set di Bette Smith. Ci pensa Ana Popovič e una fresca birra a immettermi nel clima della serata, così che alle 21 circa sono pronto per gustarmi l’ennesimo concerto di uno dei miei chitarristi preferiti, Warren Haynes, un nome una garanzia.

Con lui sul palco sono il batterista Terrence Higgins, mai un gesto fuori misura, ma un drumming efficace e swingante, addirittura elegante; il bassista Kevin Scott (ultimo arrivato nei Gov’t Mule), una vera pompa ritmica che suona come un solista e imprime un drive senza un attimo di tregua; il bravo e virtuoso tastierista Matt Slocum, impegnato sia al piano elettrico che con l’ Hammond; infine il sassofonista Greg Osby, parti di un combo che permette a Haynes di sfogare il suo lato soul-jazz-blues e, in qualche momento, anche allmaniano, come dimostrano le riprese di Instrumental Illness e dell’ormai classica Soulshine, anche questa volta esibita come encore finale.

Inizia che c’è ancora luce e un caldo asfissiante la WHB, e tutto fa pensare che il clima influenzi anche il gesto di Haynes, perché dopo un intro che non si capisce se stiano ancora accordando gli strumenti o siano scaglie free jazz, le esecuzioni di Tear Me Down e River’s Gonna Rise paiono  troppo di routine per un gigante dei live show quale è Haynes. Anche la voce sembra soffrire il caldo, ma basta che l’oscurità della sera cali sul parco, che le cose ritornano ad essere quelle che i tanti appassionati presenti del nostro si aspettano.

Haynes con la sua Gibson sale in cattedra e comincia la lezione, i suoi compagni non sono da meno e al sottoscritto vengono in mente quei quintetti di jazz che hanno fatto la storia, a cominciare da John Coltrane. This Life As We Know It, brano portante dell’ultimo disco Million Voices Whisper,  innesta una marcia diversa al set, che diventa potente quando Banks of Deep End dei Gov’t Mule fa la sua entrata in scena, la quale, senza togliere nulla alla WHB, mi dà l’impressione che il repertorio dei Muli possegga un quid in più.

Si sta d’incanto seduti sulle sedie del parco ad ascoltare cinque professori che, senza bisogno di tante occhiate e gesti, si scambiano in armonia e con classe assoli, interventi unisoni, creando una musica totale che attraversa i generi e si qualifica come sound del benessere. Naturalmente Haynes espone le sue ultime primizie: You Ain’t Above Me, Go Down Swingin’, Terrified e These Changes fanno parte dell’ultimo disco e portano in scena un ricco menù soul-blues con spezie funky, mentre il medley Big Legged Woman/It’s My Own Faul, ovvero l’accoppiata Freddie King/John Lee Hooker, testimonia sia da quale universo arrivi Haynes, sia la sua riconosciuta generosità nelle cover.

La lunga, jammata e micidiale Thorazine Shuffle dei Gov’t Mule, tra singhiozzi, ripartenze ed esplosioni, è forse l’apice di un concerto che non aggiunge nulla a quanto già si sapeva di questo mostro chiamato Warren Haynes, compresa l’umiltà con cui si rapporta sempre col pubblico, ma evidenzia quanto sia fondamentale, a certi livelli di professionalità, avere feeling da vendere.

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