Credo che ciascun appassionato di musica, per quanto eclettico possa poi essere, abbia una sorta di «suono del cuore», un tipo di musica che, quando è al meglio ovviamente, gli fa battere più forte il corazon, appunto. Il sottoscritto, ad esempio, ha sì una formazione profondamente classic rock, ma essendo poi cresciuto (musicalmente parlando e non) a cavallo fra la fine degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta, ha chiaramente un debole per le chitarre distorte e il suono rumoroso. Se una band riesce a unire solidità di scrittura (pure in senso tradizionale) e suono rugginoso, quindi, cosa immaginate che ne possa pensare?
Pistolotto iniziale per dire che della musica dei Wednesday me ne sono innamorato appena li ho scoperti. Ottimi i loro dischi – soprattutto gli ultimi tre – grandi le canzoni, fantastico il loro suono. Sul fatto che ci sia del buono, lo dimostra non solo l’apprezzamento di chi scrive (che potrebbe valere ciò che vale), ma il fatto che, almeno a partire dal penultimo Rat Saw Gold, ben poche sono state le nuove band rock altrettano portate in palmo di mano dai giornalisti della maggior parte delle testate, quale che fosse il loro orientamento editoriale. L’ultimo Bleeds è stato ben più di una conferma, segnalandosi infine come uno dei dischi più belli usciti nel 2025, tanto da finire pure nella classifica stilata da Buscadero.
Ovvio, quindi, che il loro approdo italiano, per un’unica data in quel di Milano, non potesse che essere accolto che da un sold out ben più che annunciato. A me era capitato di vederli già un’altra volta, a un Primavera Sound di qualche anno fa, ma lì suonavano su un palco gigantesco, in pieno pomeriggio e, a essere sinceri, anche se so che m’erano piaciuti, di quella performance ricordo soprattutto il fatto che fu quella famosa in cui sfancularono Amazon, mentre suonavano su un palco denominato Amazon Stage e in diretta su Prime Video.
Le cose stavolta sono andate molto diversamente, perché è evidente che la loro proposta funziona molto meglio tra le pareti di un club contenuto quale l’Arci Bellezza, a diretto contatto con un pubblico con cui poter dialogare e con cui guardarsi in faccia. Ad aprire la serata i Bleary Eyed, quartetto di Philadelphia che, discograficamente parlando, non è che abbia molti meno album alle spalle rispetto ai Wednesday (l’ultimo s’intitola Easy ed è uscito a fine luglio 2025). Anche se la voce del cantante è un po’ troppo sparata in primo piano e senza neppure un minimo di riverbero a integrarla meglio alle trame sonore, la loro è una proposta godibile, in bilico tra shoegaze e indie-rock chitarristico, tutto sommato abbastanza classico. Fanno il loro insomma, ma appena i titolari salgono sul palco, capisci bene perché ci sono band che riescono a sfondare e altre che rimangono, quando va bene, confinate nei meandri del culto tra gli appassionati di un dato genere.
Bastano davvero pochi secondi di Reality TV Argument Bleeds – partita mentre sfuma L’appuntamento di Ornella Vanoni, scelta stasera come «walk out song» – perché dei Bleary Eyed quasi non ci si ricordi più. Karly Hartzman è uno scricciolo di ragazza, ma ha un’energia e una presenza sul palco assolutamente naturale (ovvero senza che faccia chissà che di eclatante) che subito fanno la differenza. Stasera sarebbe anche malaticcia, dopo una settimana di tour in Nord Europa a temperature polari, ma ciò non toglie che per tutto lo show non manchi di sgolarsi, urlando a pieni polmoni ed esorcizzando rabbia e frustrazione.
Avere piena coscienza della sua attitudine alla narrazione vivida aiuta a inquadrare al meglio tutto il progetto, ma la realtà è che in sede live quello che ti piglia alla gola è un sound febbrile e rumoroso, convulso ed esplosivo. Sebbene le loro, la maggior parte delle volte, non siano canzoni per nulla lineari, qui vengono rese senza sbavature, ma anzi con una gestione dei suoni e delle dinamiche al limite della perfezione. L’assenza di MJ Lenderman – di fatto non più nella band se non in studio, almeno finora, visto che la separazione sentimentale dalla Hartzman lascia più di un punto interrogativo – non si è fatta sentire granché, anche perché il chitarrista che l’ha sostituito, Jake Pugh, si è rivelato essere rispettoso delle sue parti, ma anche in grado d’immettere qualche sfumatura più stramba qui e là. Con alle spalle una sezione ritmica potente ed efficace quale quella costituita dal bassista Ethan Baechtold (così rilassato e sinuoso sul suo strumento da suonare il più delle volte seduto) e dal batterista Alan Miller (tra i membri storici di una band che più volte ha riformulato la propria formazione), alla fine sono soprattutto le due pedal steel di Xandy Chelmis a fare la differenza, visto che vengono usate sia nella maniera più classica (nei pezzi country oriented), sia in modo più ardito (nei brani più distorti), dando vita a riff, svisate, detonazioni rumoriste e finendo col risultare un elemento di originalità quasi al pari della scrittura della leader.
Tutta la prima parte di concerto è all’insegna dell’elettricità e della potenza feroce: sfilano Get Shocked, la vecchia Fate Is…, una Wound Up Here (By Holdin On) febbricitante, Candy Breath e Hot Rotten Grass Smell. Anche dove potrebbero, quasi mai inducono in code strumentali o in allunghi, stando piuttosto legati al formato canzone. Il suono però risulta più tagliente e rumoroso, con Karly che, nonostante il suo essere leggermente giù di voce, anziché trattenersi spinge al limite le sue possibilità. La prima ballata arriva con Formula One, la quale apre al country-rock di Phish Pepsi e di Gary’s II, con Pick Up That Knife a mescolare le carte con le sue staffilate elettriche immerse però in un tono agrodolce, in esplosione solo nel catartico finale.
Karly confessa l’imbarazzo provato nell’essere americani di questi tempi, scherza sul loro «essere dei totali idioti» incapaci d’imparare una lingua che non sia la loro, si mette a parlare di un tizio, presente negli Epstein files, che lavorerebbe nell’agenzia che si occupa dei loro concerti negli Stati Uniti e del quale presto si sbarazzeranno. Soprattutto, nel finale rende plastica la loro grandezza nello stare perfettamente in bilico tra due mondi all’apparenza distanti, allineando pop song perfette come Quarry, Elderberry Wine, l’acida Bitter Everyday o una Townies da lacrimoni, ma anche i quasi dieci minuti di una Bull Believer furiosa e viscerale e una fulminante Wasp al limite dell’hardcore, entrambe così torturate e urlate da non permettere un bis, visto l’assoluto impegno vocale.
Concerto clamoroso, intaccato appena dal fatto che in scaletta non c’è stata Chosen to Deserve. Ma vabbè, non si può avere tutto. E poi, vuoi mettere passare un mercoledì sera a un concerto dei Wednesday?


