White Buffalo live allo Stockholm Roots Festival, 21/8/2026

Alberto Romagnoli
16 minuti di lettura

Stetson, giacche da cowboy, camicie a quadri, stivali e t-shirt con i volti e le date di Zach Bryan, Wyatt Flores e Billy Strings. Siamo a Stoccolma, ma per qualche ora l’atmosfera porta molto più a ovest, verso Austin, Nashville o una qualsiasi cittadina americana attraversata da una polverosa highway. Nulla di anomalo, nemmeno a queste latitudini: qui, nel corso dei decenni, country, folk e Americana hanno trovato un terreno fertilissimo e un pubblico estremamente appassionato, fino a costruire un circuito capace di portare sui palchi anche artisti che, altrove, non passano purtroppo con facilità. Lo Stockholm Roots Festival, arrivato quest’anno alla terza edizione, ne è senza dubbio una delle espressioni più interessanti e vitali, tanto da aver già dato l’appuntamento per il prossimo anno.

Il festival si svolge al Debaser, storico locale di musica dal vivo a Hornstull Strand, nella parte sud-occidentale dell’isola di Södermalm (proprio affacciato sull’acqua), in una zona vivace e al tempo stesso rilassata, costellata di locali, negozi di dischi, antiquari e gallerie d’arte. Per tre giorni consecutivi, il Debaser diventa così lo snodo di una scena che porta sul palco Americana, country, folk e rock, con artisti americani e inglesi affiancati a musicisti provenienti dalla Scandinavia. Il programma quest’anno mette insieme nomi molto diversi: da White Buffalo a Nick Lowe, passando per Uncle Lucius, Rattlesnake Milk e Otis Gibbs, fino allo svedese Isak Benjamin e al norvegese Ole Kirkeng. Gli artisti si alternano su due palchi: il Nova, più piccolo e raccolto, e lo Strand, quello principale, che può accogliere in sala circa 750 persone. Numeri comunque contenuti, che garantiscono un’esperienza di ottima qualità, lontana anni luce dagli ippodromi assolati e dalle distese di cemento cui siamo abituati in Italia. La vicinanza tra i due palchi permette inoltre di seguire senza intoppi praticamente l’intera giornata, senza dover scegliere quale concerto sacrificare: si ascolta un artista, ci si sposta nell’altra sala, si fa un giro presso la local fair (dove si possono trovare dischi, libri, oggetti vintage e artigianato) e pochi minuti dopo si è già pronti per il musicista successivo.

Nella prima serata, quella di venerdì 21 agosto, ho modo di assistere agli ultimi pezzi di Aaron Lee Tasjan, in ottima forma, che avevo recensito proprio quest’anno, sulle pagine di Buscadero, in occasione di Get Over It, Underdog: stasera è solo, con la sua chitarra, e propone un set brillante e diretto, rileggendo il proprio repertorio in chiave acustica. Il concerto migliore del pomeriggio, a mio avviso, è però quello di Emily Scott Robinson, capace di condensare in un set acustico tutta la forza del suo folk. Suona diversi brani dal recente Appalachia, tra cui la baeziana e già senza tempo The Time for Flowers, con la quale conclude il suo apprezzato concerto. A preparare il terreno in vista dei White Buffalo, il testimone passa nelle mani del songwriter John R. Miller e dei suoi, che fanno un grande lavoro di tessiture country, nonostante siano privati di batteria e percussioni, offrendo quasi un’ora di Americana ruvida e scarna, dove primeggia in vari momenti un violino old-timey.

Alle 21.30 è il momento: Jake Smith sale sul palco accompagnato dai sodali Christopher Hoffee (chitarra elettrica e, in alcuni brani, tastiera) e Matt Lynott (batteria). Verrebbe da parlare di una formazione ridotta all’osso, ma tutt’altro che esile: il suono è denso, corposo, ruvido, spesso quasi minaccioso, costruito sull’inconfondibile voce baritonale di Smith e su una sei corde capace di passare dalla delicatezza all’abrasione nel giro di pochi istanti. Il concerto è, fin dalle prime battute, uno show movimentato, sudatissimo, fisico e imponente come la stazza del leader. Fuori ci sono appena quindici gradi, ma dentro lo Strand la temperatura è già rovente.

Si parte da Story, perfetta introduzione al mondo narrativo di Smith, cui segue One Lone Night, cantata praticamente all’unisono dall’intero locale. È sufficiente questo primo passaggio per capire che il rapporto con il pubblico è assai consolidato (merito anche delle numerose apparizioni in terra vichinga). Smith lascia appena il tempo di uno sguardo con la band e riparte con Kingdom for a Fool, prima di rallentare i ritmi con la cadenzata Today’s Tomorrow — unico ripescaggio dall’esordio Hogtied Like a Rodeo del 2002 — dove Hoffee passa al piano. Con Don’t You Want It la tensione torna a salire e Lynott comincia a mettere in mostra il proprio repertorio di rullate, prima che Set My Body Free faccia decollare definitivamente il concerto. La versione di quest’ultima proposta a Stoccolma è molto vicina, nell’impostazione, a quella contenuta nel live A Freight Train Through the Night (2024): la chitarra elettrica di Hoffee ispessisce il brano, lo rende più sporco e muscolare rispetto all’incisione originale, mentre la voce possente di Smith lo trascina verso un’esecuzione decisamente più potente e fisica, dimostrando in tutti i sensi la forza del trio senza bisogno di una formazione più ampia. This Year è invece uno dei brani che meglio rappresentano il lato narrativo dello show dei White Buffalo. Smith snocciola fiumi di parole, immergendo il pubblico dentro la storia. Sul palco si muove continuamente, incalza gli svedesi e scherza con loro. Presentando Hoffee e Lynott, ride anche della disposizione insolita sul palco: quella fucking machine di Lynott, dice, dovrebbe stare alla sua destra, mentre questa sera vista la dimensione del palco, è relegata dietro. Poi arriva Sycamore, con Hoffee nuovamente al piano elettrico. Per qualche minuto il concerto cambia pelle: la ballata, particolarmente simile alla versione in studio, introduce un’atmosfera più intima e sospesa e rivela il lato più vulnerabile e nascosto del leader. Poco dopo è C’mon Come Up Come Out, uno dei momenti più caldi della serata, a riprendere questo registro: parte ancora una volta dal pianoforte e cresce progressivamente con l’ingresso dell’organo.

Joe & Jolene, introdotta dallo strumming serrato di Smith, riporta invece il concerto in territorio roots rock. È una delle gemme di Shadows, Greys & Evil Ways (2013) e dal vivo acquista quella notevole componente scanzonata, da saloon, soprattutto quando Lynott, scherzando con Smith e il pubblico, si lancia in un assolo di batteria tanto spettacolare quanto esilarante. Il trio sembra divertirsi moltissimo e questa leggerezza finisce per contagiare anche la sala. Ma il concerto deve ancora raggiungere il suo vero punto di ebollizione. Into the Sun, tratta dal controverso EP Prepare for Black and Blue (2010), viene completamente ripensata rispetto alla semplicità della versione originale. Qui la chitarra elettrica di Hoffee diventa la seconda protagonista: sporca, sgangherata, abrasiva, apre squarci attorno alla voce matura di Smith. Il brano evolve lentamente fino a un crescendo mozzafiato, sfociando in un’inaspettata esplosione elettrica. Durante Go the Distance, Hoffee rompe la corda del mi cantino della sua hollow body. Lui e Smith si scambiano uno sguardo e ridono, ma il brano, e con esso l’intero set, prosegue senza che l’imprevisto interrompa minimamente il flusso del concerto. Un altro dettaglio che restituisce bene l’essenza ancora profondamente artigianale nonché lontana da qualsiasi eccesso di inutile perfezionismo del Bufalo Bianco.

E si arriva così alla vorticosa Oh Darlin’ What Have I Done, probabilmente uno degli apici della serata e uno dei brani che meglio condensano il lato più oscuro e dolente della scrittura di Smith. La versione proposta a Stoccolma ricorda per energia quella contenuta nel già citato A Freight Train Through the Night: la chitarra di Hoffee — spessa, granulosa, twang e blues — sembra piombare, con la voce di Smith, direttamente dalle terre scure dell’Oregon, dove affondano le radici dei White Buffalo. Tra un brano e l’altro, Smith dialoga con il pubblico, risponde a qualche domanda e racconta qualcosa del soggiorno svedese. Dice di essere stato al Museo degli ABBA nel pomeriggio (cosa che, peraltro, documenterà anche sui social, con una fotografia scattata nelle sagome del gruppo) e ribadisce quanto ami la Svezia, dove la band si trova in tour in questi giorni. Last Call to Heaven prosegue sulla stessa traiettoria, insistendo su una dimensione cupa e a tratti rituale. Il baritono di Smith scende ancora più in profondità, mentre l’arpeggio di Hoffee e le tessiture della chitarra si intrecciano alle rullate di Lynott suonate con i mallet. Le parole evocano immagini apocalittiche (The devil’s off the noose / And coming for me) e il brano si chiude con un fischio che apre di fatto l’ultima sezione del concerto. Subito dopo arriva The Whistler, uno dei pezzi più riconoscibili del repertorio dei White Buffalo e il celebre fischio, per l’appunto, torna anche qua protagonista. La melodia, apparentemente semplice, prende progressivamente corpo: la batteria di Lynott ne accentua la marcia, scandita dalla chitarra sporchissima e blueseggiante di Hoffee, mentre Smith la spinge verso un finale da urlo, in tutti i sensi. Quando il pezzo esplode, il pubblico è ormai completamente conquistato. Il vero apice, però, è Stunt Driver. Una versione lunghissima, dilatata, grezza e selvaggia, che diventa il simbolo dell’intero concerto. Smith è un bagno di sudore e continua a muoversi saltando da una parte all’altra del palco, mentre Hoffee tira fuori dalla sua semiacustica un groviglio di suoni sgangherati e Lynott picchia come un pugile sulle pelli. La band sembra chiudere il pezzo più volte, ma ogni volta riapre la corsa, aggiungendo minuti di sporco blues-rock, tirato e a tratti quasi psichedelico. È puro godimento live: i tre si cercano con gli sguardi, giocano con il pubblico e sembrano divertirsi almeno quanto chi sta dall’altra parte del palco. Sotto i fari che si accendono e si spengono a intermittenza, Stunt Driver diventa una lunga cavalcata elettrificata, lasciando tutti i presenti senza fiato. Dopo un sorso di whisky e un brindisi in svedese al pubblico con uno sgraziato Skål!, piazzato il barré al terzo capotasto Smith attacca la spirituale Where Is Your Savior. E vista la posizione nel set, questa assume un tono ancora più solenne e conduce a uno dei momenti più attesi della serata.

La ballata Come Join the Murder, indissolubilmente legata alla sua presenza nella serie TV Sons of Anarchy, viene affrontata quasi a cappella da Smith, accompagnato dai cori di Hoffee e soprattutto da tutto il Debaser. Bellissimo il contrasto tra i momenti in cui rimane soltanto l’acustica e quelli in cui irrompe l’elettrica distorta e dissacrante di Hoffee. Il finale ufficiale arriva con I Got You, profonda e scura, tratta da Love and the Death of Damnation (2015), e con l’alt.country spinto di The Pilot. Smith plettra con tale energia da rompere addirittura una corda della chitarra durante il brano, costringendolo a cambiare strumento mentre il concerto è ancora in corso. Sulla scaletta, questa avrebbe dovuto essere la conclusione. E, in effetti, sarebbe stata una chiusura più che sufficiente: quasi due ore di musica capaci di attraversare l’intera discografia dei White Buffalo, riorganizzandola in un vero e proprio racconto, nel quale ballate, folk oscuro, country e rock si rincorrono e si alimentano.

Ma dalla sala arrivano ancora richieste. C’è chi invoca, giustamente, Highwayman, la celeberrima cover degli Highwaymen che Smith ha fatto propria, oppure chi chiede House of the Rising Sun, altro brano che non è raro incontrare verso la chiusura delle sue scalette. Stasera, però, il bis prende un’altra direzione. Dopo la furia, il sudore, le chitarre twang e le rullate rimbombanti, arriva una delicata Wish It Was True, direttamente da Once Upon a Time in the West (2012), che chiude il concerto nel modo più scarno e semplice possibile. Soltanto Smith, la sua voce e la sua chitarra acustica. E il Debaser, ancora una volta, canta con lui. Le ultime parole di Smith, sospese tra la disillusione e il desiderio di redenzione, arrivano al cuore di quella stessa America ideale, inseguita e sognata, che per tutta la sera ha fatto da scenario alle sue canzoni. Ed è proprio in questo continuo oscillare tra luci ed ombre, furia e introspezione, che Jake Smith ha costruito la sua personale epopea western: una storia di fuorilegge e amori dannati, solitudine, perdita e redenzione, attraversata da ballate, folk oscuro, country e rock e tenuta insieme da una narrazione dal respiro cinematografico.

Per quasi due ore Smith, Hoffee e Lynott hanno fatto di tre strumenti un suono gigantesco e di una sala di Stoccolma — va detto a gran voce — un pezzo della sconfinata America.

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