L’atmosfera che si respira a Palazzo Te durante un evento dal vivo è già di per sé qualcosa di speciale. Il Mantova Summer Festival 2026, nella sua seconda tranche estiva, si sposta in questa suggestiva location all’aperto, in un contesto dove storia e cultura si intrecciano attorno al capolavoro dell’architettura manierista, sede, in passato, dei fastosi ricevimenti della famiglia Gonzaga.
Ed è il Giardino dell’Esedra, il primo giorno di questo settembre, a ospitare una band capace di scuotere il più diffidente degli spettatori (l’amico col quale sono arrivata, che ha dovuto ricredersi, era molto indeciso sul comprare il biglietto, seguace fedele degli Uncle Tupelo e nostalgico amante delle radici). Un concerto che ha saputo riempire ogni vuoto, sonoro ed emotivo, con l’impavida volontà che i Wilco, da quel lontano 1994, non hanno mai abbandonato: superare i confini senza farsi incasellare dalle aspettative di genere.
È una formazione, quella attuale, rimasta incredibilmente stabile da oltre un ventennio, con Jeff Tweedy alla voce e alla chitarra, John Stirratt al basso e alla voce, Glenn Kotche alla batteria, Mikael Jorgensen alle tastiere, all’organo e all’atmosfera generale, Nels Cline alla chitarra e alla lap steel, e Pat Sansone tuttofare (chitarra, tastiere, percussioni, voce). La seconda delle due date italiane del tour “An Evening with Wilco” 2026, con il quale la rock band statunitense ha ripercorso la sua carriera (la prima a Roma lunedì 31), ha visto un set farsi teatro di fantasie ed escursioni musicali che il talento di Jeff Tweedy e il torrido approccio di Nels Cline hanno guidato per un paio d’ore, fra sensazioni intense e vivida energia.
La partenza, con Art of Almost, riempie il giardino dell’Esedra di note lunghe, cosmiche, distese e infuriate, per una cavalcata sonora scandita dai tempi di un bravissimo Glen Kotche alla batteria, figura di rilievo per tutto lo spettacolo. Tre chitarre, i giochi coi volumi, chi accompagna e chi si infila tra avanguardia, rock sperimentale e improvvisazione radicale: come su Handsake Drugs, sempre con Cline a condurre i giochi. Da oltre quarant’anni, la sua Fender Jazzmaster del ‘60 si muove con naturalezza in un linguaggio che rifiuta etichettature ma accoglie ogni stimolo possibile. Tweedy da acustico passa alla sua Diavoletto, tra suoni e atmosfere che sfuggono alle definizioni, attraversando confini psichedelici e distorsioni degne di schizofreniche follie. Via Chicago, incorniciata tra le note delicate della lap steel, in mezzo al caos e alla tempesta, con il ritorno a un ordine solo immaginario, funamboli di libertà improvvisative.
Di nuovo acustici e melodici, intenti a regalare il power-pop zuccherino di I’m Always In Love passando per un’orecchiabile Theologians. I ricami armonici e i crescendo di una commovente Impossible Germany, la dolcezza di una preziosa Hummingbird, tra svolazzi emotivi, interplay raffinati, e strutture che si aprono e si richiudono come contenitori.
Visionari, imprevedibili, i Wilco sono la babele e l’assetto negli stacchi, le partenze misurate e le accelerazioni (I Am Trying to Break Your Heart da quel Yankee Hotel Foxtrot definito capolavoro, con Cline alla resonator e tutto il pubblico che intona Hello!.
Le rotondità di Kamera, cantabile, accompagnata dal vibrafono di un Sansone multitasking, che solo poco dopo imbraccia una 335 regalando a sorpresa un brivido di assolo, il dialogo fra le tre chitarre, la micidiale batteria di Kotche a regolare le battute, la dodici corde. Si lavora moltissimo col tremolo, per dare quell’effetto caldo, mosso e sospeso, e poi Jesus etc., don’t cry… Last cigarettes are all you can get
Turning your orbit around, su tappeti d’organo che disegnano i contorni di una bellissima ballata.
Un plauso allo spettacolo di luci (bravissimi i tecnici), alla voce di Tweedy (che scambia battute affettuose con la platea), ancora in grande spolvero, e al pubblico composto, ammirato ed entusiasta, che finisce in piedi su California Stars, si muove e canta insieme le follie di Spiders (Kidsmoke) e saluta i loro beniamini già con un po’ di nostalgia su I Got You (At the End of the Century).
Attingendo a piene mani dal loro incredibile catalogo, i Wilco hanno emozionato con l’energia e l’urgenza tipiche di quella band che ha costruito suoni nuovi, superando margini e immaginando mondi musicali, che continua a evolversi rimanendo fedele a ciò che li ha resi grandi.


