È un sabato di giugno, grigio e umido, a Moncton, New Brunswick. Non fa freddo, anzi: c’è quel caldo estivo che il cielo coperto non riesce a smorzare del tutto. Stasera Billy Bragg suona al Tide & Boar Ballroom, che nella sostanza è un gastropub con ambizioni da sala concerti, la cui principale rivendicazione di gloria locale è una cena di Justin Trudeau. La mia è molto più modesta: qui ho festeggiato un compleanno in famiglia qualche anno fa, e il ricordo è abbastanza caldo da rendere il posto familiare.
Incontro Rachel, la responsabile del merchandising, originaria della Virginia ma ormai newyorkese d’adozione, e il tour manager. Billy è da Spin It Records, un bel negozio indipendente nel pieno centro, in quella che Petula Clark chiamerebbe downtown. Lo aspetto e, nell’attesa, registro qualche nota vocale. Un promemoria per me stesso, per fissare il contesto prima che svanisca. Mi capita spesso di ritrovarmi in luoghi improbabili a fare questo lavoro e, forse, è proprio lì che vengono fuori le interviste migliori: perché nessuno dei due è nel proprio territorio e la guardia si abbassa. Non sapevo se avrei usato quella registrazione. La uso adesso. Billy arriva con l’aria di chi ha volutamente fatto due passi prima dell’appuntamento, guardandosi intorno. Qualche giorno di barba rossastra, vestiti sportivi. Potrebbe essere chiunque. Probabilmente è proprio quello che preferisce. Gli racconto che vivo a Moncton: questa città era conosciuta come Hub City (città di snodo) perché i binari ferroviari convergevano qui da tutte le direzioni. «Non lo sapevo». Ci pensa un istante. «Lo dico stasera». È una risposta istintiva, quasi un riflesso. Gli mostro l’unico suo disco che ho con me in Canada. Gli altri sono rimasti in Italia. È Tell Us the Truth, il live con Steve Earle che, incidentalmente, sarà proprio a Moncton la settimana prossima. Dentro c’è una versione di The Price of Oil che sembra scritta ieri. Poi gli racconto di Frazer Clarke, laburista e poi Segretario generale del Gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo, conosciuto quando lavoravo presso l’Unione Europea. Una mattina del 2012 stavamo scendendo in treno verso Strasburgo. Avevo appena letto sul Guardian un articolo firmato da Billy Bragg e lo stavo commentando con il mio direttore David Lowe quando lui mi disse: «Andiamo a parlarne con Frazer». Lo raggiungemmo nella carrozza ristorante, davanti a un pessimo espresso. Mi guardò e disse: «Conosco Billy Bragg. Ai tempi del Red Wedge era con noi.» Poi, nel pieno della conversazione, viene fuori che il nonno di Billy era di Minori, sulla Costiera Amalfitana. Venti chilometri da dove sono cresciuto io. Il cognome? «D’Urso. Con l’apostrofo». Uno di quei momenti in cui il mondo si restringe. Non per caso, ma perché la gente si è sempre spostata. Il mese scorso ero a New York per il tour di Bruce Springsteen. Qui siamo a Moncton. Ma il filo è lo stesso: dove stanno andando le cose? E, soprattutto, da dove le guardi tu?

Partiamo dall’Inghilterra. Da Nigel Farage, che sembra reinventarsi ogni quattro anni con un nome diverso.
È esattamente questo. Come uno di quegli imprenditori che fanno fallire la propria azienda e poi ne aprono una nuova, cambiando soltanto l’insegna. UKIP, Reform UK e, prima o poi, qualcos’altro. Ogni volta dichiarano bancarotta e ripartono. Ma il prodotto è sempre lo stesso. Lo stesso populismo.
Questa settimana sembrava che Reform UK avesse un’altra occasione favorevole. Che cosa è successo?
Non ha vinto. E non ha vinto anche perché è stato insidiato dalla propria destra. C’è un partito che si chiama Restore UK e propone la remigrazione, cioè non solo l’espulsione degli immigrati irregolari ma anche delle persone di colore residenti nel Paese da anni, oltre alla reintroduzione della pena di morte. Reform ha perso il 9% dei voti drenati da Restore. Andy Burnham li ha battuti entrambi, messi insieme, di circa dieci punti. Erano tre occasioni importanti per conquistare aree di voto operaio bianco e disilluso: una in Galles e due nel Nord-Ovest dell’Inghilterra. Le hanno perse tutte e tre.
E Farage come reagisce?
Facendo quello che ha sempre fatto: spostandosi ancora più a destra per recuperare quei voti. C’è un sondaggio recente in cui agli elettori veniva chiesto di scegliere tre priorità per il governo. Solo tre raccoglievano un consenso maggioritario: rendere lo Stato più efficiente, proteggere la gente comune dal potere delle grandi corporation e dalla finanza, e difendere il Paese dal populismo di tipo trumpiano. All’ultimo posto, con appena il 9%, c’era l’idea di proteggere i bianchi dai non bianchi. Ed è esattamente quella la politica che Farage sta perseguendo oggi. Reform è diventato apertamente un partito fondato sul white grievance, «vittimismo bianco».
Hai detto che Margaret Thatcher ti ha reso socialista. Guardando oggi al Regno Unito, siamo in una posizione migliore o peggiore rispetto agli anni Ottanta?
[Indica la finestra. Fuori, un uomo tiene la mano a un altro uomo]. Nell’Inghilterra del 1986 sarebbe stato illegale perfino promuovere una cosa del genere. Thatcher aveva fatto approvare quella legge. Ecco il progresso. L’Italia ha una premier donna. La Scozia pure. Non bisogna confondere il segno politico con il simbolismo strutturale, ma il fatto stesso che oggi sia possibile, conta. L’arco della storia è lungo e tende verso l’inclusione. Non necessariamente verso la giustizia, perché la giustizia dipende anche da chi sono i giudici. Ma verso l’inclusione, sì. Guarda il Canada: tu e io siamo stranieri qui e nessuno ci fa caso.
E il cinismo? Come lo tieni a bada?
Il vero nemico di chi vuole costruire un mondo migliore non è il capitalismo. Non è nemmeno il conservatorismo. È il cinismo. E soprattutto il nostro cinismo, quello di chi vorrebbe cambiare le cose. [Mentre lo dice, i suoi occhi azzurri hanno una fissità quasi inaspettata, come se stesse misurando quanto lui stesso creda a quelle parole]. Quando mi sento cinico, scrivo una canzone, salgo sul palco, la canto e il pubblico risponde. E allora mi ricordo che non sono solo. Quello che provo a fare è restituire quella sensazione anche a chi è venuto ad ascoltarmi. Quando escono da questa sala, anche se tornano in una casa o in un posto di lavoro dove le loro idee non sono rispettate, sanno che, almeno per una sera, in quella sala di Moncton c’erano altre persone a cui importasse davvero. E magari trovano l’energia per continuare.
Eppure, continui a dire che la musica non cambia il mondo. So che qualcuno del tuo pubblico te lo rimprovera.
Me lo scrivono continuamente. Mi mandano email per dirmi che ho torto. Ma continuo a dirlo perché è una questione di responsabilità. Se dicessi che la musica cambia il mondo, attribuirei a me stesso un potere che non ho e creerei un’aspettativa che nessun artista può soddisfare. La musica non ha potere di azione. Quello che può fare è convincere le persone di come il mondo possa essere cambiato. E non è poco. Qualche settimana fa ho pubblicato City of Heroes e mi sono arrivati messaggi da Minneapolis: persone che mi dicevano di essersi sentite scoraggiate, di aver smesso perfino di andare alle manifestazioni. Poi hanno ascoltato quella canzone e hanno deciso di tornare, anche solo per portare caffè e ciambelle a chi protestava. Ecco come funziona. Non è il Sessantotto, non è l’avanguardia. È semplicemente non sentirsi soli.
Però una canzone può anche contribuire a spostare la conversazione. Stasera, ad esempio, parlerai dei diritti delle persone trans. Hai persino aggiornato Sexuality.
Ho aggiunto un verso: And if you stick around, I’m sure we can find the right pronoun. È un cambiamento piccolo, ma trasforma quella canzone in un gesto di alleanza verso le persone trans e non binarie. Voglio che chi magari non ci ha mai riflettuto senta il resto della sala applaudire e si chieda: «Forse dovrei pensarci anch’io». Ma c’è anche un’altra cosa. Mi scrivono genitori di figli trans dicendomi che, in quel momento, si sono sentiti riconosciuti per la prima volta. Visti. Anche questa è una forma di potere della musica. Non cambia il mondo direttamente, ma dice alle persone, «ti vedo». E questo ha un effetto che non si misura facilmente, ma si sente.
Ti ho portato questo disco, Tell Us the Truth, con Steve Earle. Ogni volta che riascolto The Price of Oil, ho l’impressione sia stata scritta ieri mattina.
Ed è proprio la dimostrazione di quello che dicevo. Woody Guthrie ha scritto All You Fascists Bound to Lose ottant’anni fa e continuiamo ancora a cantarla. È la prova che la musica, da sola, non cambia il mondo. Se lo avesse cambiato, oggi non avremmo più bisogno di quella canzone.
Negli ultimi anni sei tornato anche sui grandi simboli della tradizione socialista e sindacale. Che rapporto hai oggi con quell’eredità?
I miei testi sono adesso nel piccolo libretto rosso dell’IWW, il songbook dei Wobblies [gli aderenti al sindacato internazionale di Chicago, ndr], accanto ai testi originali. Alcuni marxisti ortodossi non li amano. Ma non sono stati scritti per loro. Sono per una nuova generazione. Non bisogna stare a rimpiangere.
Ti è mai capitato di accorgerti che una tua canzone aveva cambiato significato semplicemente perché era cambiato il mondo attorno?
Assolutamente. Between the Wars è stata per anni la mia canzone più conosciuta, quella che aveva avuto il maggiore successo nelle classifiche. Ma a un certo punto ho iniziato ad avere la sensazione che il pubblico la ascoltasse con nostalgia per gli anni della Thatcher, come se fossero stati tempi più semplici, con nemici più facili da identificare. Quella nostalgia non mi piaceva. Così l’ho spostata fuori dal cuore del concerto. There Is Power in a Union, invece, ha avuto il percorso opposto. Oggi vedo ragazzi in prima fila, persone che non erano nemmeno nate quando l’ho scritta, cantarla con il pugno alzato perché nell’ultimo anno hanno partecipato a uno sciopero. Medici. Infermieri. Giornalisti. Quella canzone continua a vivere. Levi Stubbs’ Tears, invece, è rimasta esattamente dov’era. Non si è mai mossa. Ha il suo posto.
Da ragazzo, come sei arrivato alla Motown?
Avevo undici anni e non possedevo un giradischi. Andavo a casa degli amici e registravo su bobina i dischi delle loro sorelle maggiori. Cercavo Simon & Garfunkel. Invece trovavo anche le compilation come Motown Chartbusters. I volumi tre e quattro sono straordinari. Poi arrivi al quinto e capisci che qualcosa è cambiato. C’è War di Edwin Starr. Ci sono i Temptations con Ball of Confusion. Lo senti perfino dal suono dei dischi: Martin Luther King è stato assassinato e la musica soul prende una direzione completamente diversa. Non sono cresciuto in una famiglia politicamente impegnata. La mia città votava laburista quasi per tradizione, senza grandi conflitti. La mia educazione politica è arrivata per osmosi, attraverso quella musica e attraverso i cantautori americani di quegli anni, Bob Dylan, Jackson Browne. La Motown mi ha insegnato anche un’altra cosa: il valore di una grande melodia. Smokey Robinson costruisce cattedrali usando tre accordi. Quando scrivi canzoni, davanti a una cosa del genere puoi soltanto toglierti il cappello. Per l’autunno venturo sto preparando un progetto con un coro, in Inghilterra, e ho chiesto cantassero The Tears of a Clown. Il direttore mi ha scritto chiedendomi se avessi un legame personale con quel brano. Gli ho risposto di no. Il motivo è molto più semplice: è costruito su tre accordi. Smokey Robinson è riuscito a edificare qualcosa di immenso con tre accordi. Per un songwriter è quasi inconcepibile.
L’Italia è riemersa spesso nel tuo percorso. Penso al Red Wedge, ma anche al tuo interesse per Antonio Gramsci.
Sentivamo una forte affinità con quel mondo. Anche Paul Weller, a modo suo, era gramsciano, nel senso che aveva intuito come la cultura fosse il terreno sul quale si combatteva la battaglia politica. Io lo sapevo in maniera più consapevole. In Workers Playtime avevo inserito una citazione di Gramsci tratta dalle Lettere dal carcere, in traduzione inglese. Non ricordo le parole esatte, ma Gramsci si chiedeva se la sua incapacità di amare davvero le persone più vicine, quelle della sua vita quotidiana, non avesse finito per limitare anche la sua efficacia come socialista. Quando lessi quel passaggio pensai: è questo il cuore della questione. Gramsci era lo Smokey Robinson del marxismo.
E quando siete venuti in Italia con il Red Wedge, che impressione ti fece quel rapporto così stretto fra politica, musica e partecipazione popolare?
Era molto simile a quello che cercavamo di costruire in Inghilterra: l’idea che la cultura fosse un terreno di confronto politico. E poi c’erano i Festival dell’Unità, che erano qualcosa di straordinario. Oggi non esistono più, almeno non in quella forma. Ricordo un viaggio in treno da Milano a Napoli per uno di quei festival. E ricordo soprattutto che, a Roma, mangiai per la prima volta gli gnocchi al gorgonzola. Mi piacquero talmente tanto che ne ordinai un secondo piatto.Un’ora dopo ero sul palco. E volevo soltanto dormire. Da allora ho imparato una regola fondamentale: gli gnocchi al gorgonzola vanno mangiati con moderazione.
Uno dei dischi che preferisco del tuo percorso recente è Shine A Light, registrato con Joe Henry. Che cosa ti ha lasciato quel viaggio in treno attraverso gli Stati Uniti?
È stato un modo completamente diverso di vedere l’America. Tu ci sei stato tante volte quanto me, dal 1984 in poi. Ma il treno è un’altra cosa. Entri nelle città dal retro, vedi i cortili, le cucine, i margini. E per Joe e per gli altri americani del gruppo era ancora più sorprendente, perché non avevano mai visto il loro Paese da quella prospettiva. Il treno segue ancora il percorso dei binari posati nell’Ottocento. Non arriva necessariamente nel centro delle città di oggi. Ti porta nei luoghi che erano il centro prima dell’autostrada. È un’America completamente diversa.
Restiamo negli Stati Uniti. Come nacque l’incontro con Nora Guthrie e i Wilco per Mermaid Avenue?
Nora Guthrie aveva tutti quei testi inediti di suo padre e cercava qualcuno disposto a metterli in musica. Così è nato Mermaid Avenue. Per i Wilco fu anche un momento particolare. S’intuiva già la direzione che stavano prendendo. Prima sarebbe arrivato Summerteeth, poi Yankee Hotel Foxtrot. Era affascinante trovarsi in mezzo a quel cambiamento. La settimana prossima suonerò con loro al Solid Sound Festival, in Massachusetts, nel campus del museo d’arte contemporanea. Faremo tutto Mermaid Avenue insieme. E Nora continua ancora a viaggiare e sta facendo un lavoro straordinario per mantenere viva l’eredità di Woody.
Negli ultimi anni hai quasi scritto tanti libri quante canzoni. È un altro modo di continuare la stessa conversazione?
Credo di sì. Il primo, The Progressive Patriot, nacque quando il British National Party conquistò alcuni seggi nel consiglio comunale della mia città, Barking. Sentivo il bisogno di spiegare che cosa amavo del luogo in cui ero cresciuto e che cosa volevo difendere. Non contro qualcuno, ma per qualcosa. Poi è arrivato Roots, Radicals and Rockers, che racconta la storia dello skiffle e di come abbia cambiato la musica britannica. Infine, The Three Dimensions of Freedom, nel quale sostengo che la libertà, da sola, non basta. Ha bisogno dell’uguaglianza e della responsabilità. La responsabilità è ciò che impedisce alla libertà di trasformarsi in impunità. Adesso sto lavorando a un nuovo libro che riprende quella riflessione alla luce della seconda elezione di Donald Trump.
Qualche settimana fa parlavo con Lenny Kaye. Mi diceva che, arrivato a questo punto della carriera, ciò che conta soprattutto è il piacere dell’artigianato. Ti ritrovi in quest’idea?
Moltissimo. Ho letto quell’intervista e ho pensato che, in fondo, sono arrivato anch’io allo stesso punto.
Piuttosto che pubblicare un album, organizzare un grande tour, vedere tutto salire come un razzo e poi ricadere come un sasso, oggi preferisco un’altra cosa. Se qualcosa mi fa arrabbiare, scrivo una canzone, la pubblico e provo a entrare immediatamente in dialogo con le persone. Per me, adesso, quello ha molto più valore. Il mondo non vive più gli album nel modo in cui li vivevamo noi. Ha più senso scrivere musica che risponda a ciò che sta accadendo, quasi in tempo reale.
Nel nuovo libro torni ancora sul rapporto tra libertà, uguaglianza e responsabilità. Perché senti il bisogno di farlo proprio adesso?
Perché la libertà senza uguaglianza diventa privilegio. E la libertà senza responsabilità diventa tirannia. Quello che il populismo contemporaneo sta cercando di fare è smantellare, pezzo dopo pezzo, l’idea stessa dei diritti umani individuali costruita dopo la Seconda Guerra Mondiale, a partire dalla Dichiarazione Universale del 1948. Trump. Farage. Marine Le Pen. In una certa misura anche Giorgia Meloni. Tutti stanno cercando di riportarci a un mondo precedente, a quella logica che gli inglesi riassumono nell’espressione might makes right: la forza crea il diritto. I più deboli soffrono. L’unico antidoto che abbia mai funzionato è la democrazia. E la democrazia, alla fine, significa una cosa molto semplice: accountability.
Negli ultimi trent’anni ci sono stati momenti in cui sembrava che il pendolo della storia stesse andando nella direzione giusta. Ti sembra che oggi sia tornato indietro? Abbiamo sprecato quelle occasioni?
Siamo in lotta contro la classe dominante, e uso questa espressione in modo molto preciso. Non la definisco in termini economici. La definisco come il complesso bianco, maschio, eterosessuale. È quella la classe dominante. L’intera guerra contro la cosiddetta wokeness è il tentativo di conservare quella centralità. Sanno che il gioco sta cambiando. Sanno che, nel lungo periodo, quella posizione privilegiata non può sopravvivere dentro una democrazia pienamente inclusiva e, per questo, cercano di smontarne i meccanismi. Ma la gente non ci sta. Hanno mandato via Trump una volta. Possono farlo di nuovo.
Elon Musk ha detto recentemente che l’empatia è pericolosa.
Che cos’è il socialismo, se non una forma organizzata di empatia?
È il momento del soundcheck. Ci alziamo. Prima di andare, gli chiedo ancora una volta il cognome del nonno. «D. Apostrofo. U. R. S. O. D’Urso. Di Minori». Il registratore è ormai spento, ma continuiamo a parlare ancora qualche minuto. Vengono fuori altri dettagli della sua famiglia: il nonno Alfonso D’Urso, partito da Minori, sua nonna Trofimena Giudotti, sua madre Marie Victoria D’Urso. A un certo punto sorrido. «Perché sorridi?», mi chiede? «Perché, se scavi abbastanza, alla fine siamo tutti italiani». Ridiamo. Ci stringiamo la mano. Fuori, Moncton è ancora grigia e umida. Ma non fa freddo. Alle 21:15, Billy Bragg salirà sul palco del Tide & Boar Ballroom. Forse parlerà della Hub City, come ha promesso. Forse no. Ma una cosa è certa: per due ore una stanza piena di persone proverà, insieme, a sentirsi un po’ meno sola.








