Può il mega successo dei Fontaines D.C. essersi riverberato anche sui Wunderhorse, la band che nell’ultimo passaggio milanese degli irlandesi, ne apriva il concerto? Se consideriamo che al loro primo passaggio da headliner dalle nostre parti si conquistano subito un sold out, la risposta viene il sospetto possa essere affermativa. Penso questo, perché è più facile il fatto che abbia contribuito a questo successo il passaparola, più di quanto non abbia fatto il responso critico, positivo senz’altro, ma alla fine non certo messo granché in evidenza, del loro ultimo album, Midas.
Poi, in realtà, ti guardi attorno e, sebbene in fondo un po’ tutte le età siano rappresentate, vedi che il pubblico è in larga parte composto da giovanissimi e ti viene da pensare che, molto più semplicemente, abbiano solo seguito percorsi differenti dai tuoi, il che ci può star tutto.
Il palco è quello piccolo del Magnolia, ma lo spazio davanti a esso è bello imballato. Aprono le danze gli overpass, giovanissima band di Birmingham, scopro con un paio di EP alle spalle. Nel pubblico, a riprova di quello che dicevo sopra, c’è anche qualcuno che ne conosce i testi a memoria. Io, lo ammetto, non li avevo mai sentiti nominare, eppure le loro canzoni mi sembra di conoscerle da sempre. Fanno un indie rock dal pesante retaggio nineties. Qualche buona canzone ce l’hanno anche, ma esprimono un senso di deja vu così forte, che non si può indulgere in eccessivi entusiasmi. Alla ruvidezza e alle distorsioni aggiungono una chiara sensibilità pop, che ovviamente anche dal vivo ha un suo impatto. Un qualcosa di un po’ più personale, in futuro, dovrebbero però provare a metterlo in campo, secondo me.
Sul palco, gli overpass ci stanno comunque appena una ventina di minuti, per lasciare subito spazio alla band proveniente dalla Cornovaglia. Nel mentre che salgono on stage, dalle casse viene sparata a tutto volume Wouldn’t It Be Nice dei Beach Boys. Da pochissimo è arrivata la notizia della scomparsa di Brian Wilson, è questo è un piccolo omaggio a un grandissimo della musica da parte dei Wunderhorse, tra l’altro capeggiati da un cantante/chitarrista, Jacob Slater, esperto surfista.
Per certi versi, anche i Wunderhorse non sono una band originalissima. Le loro influenze sono tutte in bella mostra, ma ciò che li rende interessanti, a parte il non secondario fatto che molte loro canzoni sono superiori alla media, è il modo in cui le ricombinano, risputandole fuori in maniera convinta e convincente. Dal vivo, poi, il tasso d’energia e rumore chitarristico aumenta a dismisura rispetto alle versioni in studio, facendone un concentrato di tensione sempre pronto ad esplodere.
Anche qui, i nineties sembrano regnare sovrani: nelle loro canzoni potete trovare il classico alt-rock di quel decennio, il grunge, il pop chitarristico dei primi Radiohead, ma anche tanto rock americano, da Springsteen a Tom Petty, magari filtrato dal piglio contemporaneo di un Sam Fender, trasposto però in sonorità dalla più granitica grana distorta.
Dal vivo suonano diretti e senza fonzoli, nessun saluto e nessuna parola, concentrando in meno di un’ora un sound vivido che si muove tra la radioheadiana Butterflies, pezzi con le stigmate dell’hit come Emily o Girl o splendidi affondi in territori Americana come Cathedrals o Arizona. La sezione ritmica stantuffa quanto basta – curiosità, il loro nuovo bassista Seb Byford e il figlio di Biff Byford, cantante dei Saxon – pur rimanendo su tempi mai troppo esagitati – solo a tratti qualcuno accenna a un po’ di pogo, dimenticandosi per un attimo del cellulare, una vera piaga per tutto il concerto – dando modo alle due chitarre di aggrovigliarsi fra loro in riff al fulmicotone e qualche stringato assolo.
A un certo punto, in una lunga e memorabile Rain, le corde delle chitarre le lasciano divagare in una lunga improvvisazione di sapore psichedelico/rumorista, momento esaltante e devastante che purtroppo porta alla chiusura del concerto dopo manco un’ora, senza bis. Inutile sarà il tentativo di richiamarli sul palco da parte del pubblico. Dalle casse parte Say It Ain’t So dei Weezer, usata sempre come sigla di chiusura e per stasera finisce qui. Qualcosa in più non avrebbe fatto male, comunque convincente live band.


