WYATT FLORES
Scared of Heights
Island
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C’era molta attesa per il secondo lavoro di Wyatt Flores, giovane musicista dell’Oklahoma, dopo che il suo debutto Welcome to the Plains (2024) era stato salutato come uno dei più fulminanti esordi in tema country-rock sudista degli ultimi tempi. Impressione confermata, lo scorso anno, dall’altrettanto esplosivo Live at Cain’s Ballroom, uscito solo in vinile e download.
Che in Scared of Heights potesse esserci qualcosa che non andava, l’ho sospettato ancor prima di infilare il CD nel lettore: intanto la (brutta) copertina in sospeso tra il futuristico e l’horror, ma soprattutto il coinvolgimento di ben tre produttori e di una serie interminabile di songwriter (alcune canzoni si sono messi addirittura in otto per scriverle) nonché, tra gli strumenti utilizzati, il famigerato e temuto programming, facevano presagire sonorità artificiose. Purtroppo, l’ascolto ha arrecato conferme: Scared of Heights dimentica quasi completamente il country-rock dell’esordio per una musica che altro non è se non soft pop sotto mentite spoglie, perfetto per le radio di settore ma molto meno per i nostri gusti, con una serie di brani inconsistenti e la voce del leader modellata sull’andazzo fino a risultare eccessivamente zuccherosa.
Se, da un lato, l’iniziale Hate Myself è orecchiabile e diretta, dall’altro è molto più pop che country, e già Sober for a Month comincia a mostrare la corda: un pezzo commerciale troppo arrangiato e nemmeno interessante dal punto di vista della scrittura. Il singolo Drive All Night è una ballata mid-tempo non malvagia ma inferiore a tutto il materiale di Welcome to the Plains, l’elettrica Not Good Enough (titolo involontariamente esplicativo) ha un buon tiro e un discreto refrain, ma è tutto tranne che country, la title-track riesce solo a essere irritante e, per contro, How to Let Me Go è una piacevole rock song, solare e con una buona melodia. Half the Man, country-pop degno di Keith Urban, ha un ritornello piacione ma poca sostanza, la cadenzata South Dakota è viceversa ben costruita, suonata da veri strumenti e forse l’unica a rispettare le aspettative, ma con Sleepless Lullaby e God Forgives torniamo in un’area di completa inconsistenza. L’album prosegue senza ulteriori guizzi; a parte forse The Way I Do, in cui il semplice comparire di un violino assume i connotati di un vero evento.
Forse è un po’ presto per decretare l’uscita di Wyatt Flores dalla cerchia dei nostri beniamini, ma di certo le vertigini di cui sostiene di soffrire nel titolo del CD gli hanno giocato un brutto scherzo.


