OUR SOUL, OUR BLUES
Giunto alla sua ventisettesima edizione il Summertime Blues Festival di Alcamo (TP), storica kermesse siciliana delle dodici battute, ideata e condotta dal locale Brass Group, anche quest’anno nella consueta e storica location della centralissima Piazza Ciullo, dal 28 al 30 Agosto ha elargito ai numerosi astanti, affamatissimi di good vibrations, alcuni appuntamenti davvero imperdibili per qualità artistica e coinvolgimento della platea.
Sin dalla prima serata di Venerdì 28, aperta dalla Joe Harp Blues Band, sanguigno quartetto palermitano guidato da Giuseppe Lanza (aka Joe Harp) all’armonica e alla voce, Ferdinando Moncada alla chitarra, Mimmo Presti al basso e Michele Virga alla batteria. Intelligente interprete del Chicago Blues e della tradizione della Chess Records (da Little Walter a Muddy Waters, da B.B. King a Bo Diddley, da Willie Dixon a Howlin’ Wolf) il gruppo ha scaldato cuori e palco con shuffle, boogaloo, Diddley beat e slow (con ammiccanti momenti solistici di armonica e chitarra), in vista di Joyce Yuille & Soul Experience. La cantante afro-americana newyorkese, succoso frutto della rinomata “High School of Music & Art” e già collaboratrice di regine della disco come Donna Summer e Gloria Gaynor, di icone del jazz e della fusion come Dee Dee Bridgewater e Randy Crawford nonché del nostro soulster Mario Biondi – col decisivo supporto degli eccellenti romagnoli Alessandro Fariselli al sax tenore, Dino Gnassi al trombone, Michele Mecco Guidi a piano, organo e tastiere e Fabio Nobile alla batteria – ha sapientemente (e sbalorditivamente) spaziato dal soul al r&b, dal funk allo swing, regalando anche superbi momenti di nightlife blues dalle tinte alquanto jazzate (splendidi i soli di Fariselli, Gnassi e Guidi! Ma anche Nobile lascia il segno!). Il sound pregno di gospel e blackness della voce della brava Joyce e quello compatto e pieno di sottigliezze della band ha più volte lasciato con la classica mandibola sul pavimento il numeroso pubblico intervenuto. Highlights della calda serata sono stati la Knock on Wood di Eddie Floyd, la What’s Going On di Marvin Gaye, la Georgia on My Mind di Hoagy Carmichael, la I’m Walkin’ di Fats Domino, la Higher Ground di Steve Wonder, una versione jump-blues di Watermelon Man di Herbie Hancock e una Moanin’ di Bobby Timmons tra NY Rock and Soul Revue e George Fame (con il famoso testo ideato da Jon Hendricks)! Tornando a casa dopo la serata vedo una bimbetta che tenendo per mano il suo papà continua a dimenarsi seguendo un immaginario double shuffle. Bellissimo (e, permettetemi, confortante)!


La seconda serata, quella di Sabato 29, prende le mosse dal progetto Sicily Coast To Coast, ossia il suggestivo trio guidato dai sempre efficaci Marcello Mandreucci & Max Garrubba alle voci e alle chitarre, affiancati dalle sobrie e funzionali percussioni del colombiano Nico Quero. I due leader sono da decenni figure importanti del panorama isolano (ma assolutamente degni di ben altri prosceni), e il loro collaudato e divertente show – riuscita confluenza di intrattenimento, aneddotica, filologia e finezza strumentale – è nei fatti un viaggio avvincente nella memoria delle Blue Highway statunitensi, dove country, blues, bluegrass e dorato songwriting fanno unicum. Ma anche qualche piccolo omaggio al nostro storico cantautorato ha reso la loro proposta ancor più godibile. È sempre emozionante ascoltare gustose versioni di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel, You’ve Got a Friend di Carole King, Take Me Home, Country Roads di John Denver, Come Together della coppia Lennon-McCartney, Il Tempo di Morire del duo Mogol-Battisti (il primo vero blues italiano!), Je so’ pazzo di Pino Daniele e Hey Joe di Billy Roberts (resa immortale da Jimi Hendrix). Davvero un bel tuffo nel nostro inconscio collettivo musicale! A seguire si viene investiti dal torrido blues texano di Neal Black and The Healers, ossia Neal Black a voce e chitarra, Mike Lattrell alle tastiere, Abderahman Benachour al basso e Denis Palatin alla batteria. Che dire? Già l’inclemente e caldo scirocco del trapanese sfiancherebbe un tirannosauro, ma la chitarra (sovente slide) e il tabaccoso shouting di Black (che ha sangue choctaw nelle vene), i ricami supportivi del tastierista (specie al pianoforte) e la perentoria solidità della ritmica riversano su un’entusiasta Piazza Ciullo un paio di tonnellate di vulcaniche blue note tornite e rifinite da più di trent’anni di palchi e vita on the road. Le danze si aprono con Alabama Flamenco, dal caratteristico ritmo di meltin’ cumbia, e subito dopo col chitarrismo caliente del sanguigno shuffle Green Bean Swing, seguiti dall’intenso rhythm’n’blues di If I Had Possession Over Judgement Day e dal trascinante r’n’r di Did You Ever? (Jail in San Antonio). Ma è solo l’inizio! Subito dopo ci attende il sincopato tex-mex di I Can See Clearly Now, il country-r’n’r dagli intermezzi funk di Pink Chainsaw Boogie (con chitarra e piano al fulmicotone e dall’esplosivo solo di batteria), il soul strascicato di How I Got to Memphis, dal convincente storytelling strumentale di Black (ben sorretto da Lattrell), il southern rock di Somebody Call Mama, il Texas boogie di Jesus & Johnny Walker (dal cantato memore di Howlin’ Wolf), la ruvida ballad All For Business (ancora con un magico e ispirato Black alla seicorde) e il veloce r’n’r strumentale swingato di Truckstop Be Bop. Per finire quattro sberle: il tellurico funk di Evil che sfocia in un’hendrixiana Third Stone From The Sun dalle tinte santaniane, lo shuffle di Rock and Roll Woman e i bis New York Blues (frutto della passata collaborazione con Popa Chubby) e la vivace Handful of Rain, entrambi con performance esaltanti del leader (con un uso del wah wah da antologia). Woooow che meraviglia!

Domenica 30 Agosto ha avuto luogo la terza e conclusiva serata, aperta dalla SBF Superband, quintetto composto da giovani talenti siciliani come l’armonicista e cantante Michelangelo Bologna, i chitarristi Francesco Foderà e Francesco Guzzardi, il bassista Salvatore Canzoneri e il batterista Domenico Sabella. Anche in questo caso viene riversata sul coinvolto pubblico una sventagliata di shuffle, hill country, r&b, boogie e swamp. Bologna ha il piglio giusto e all’armonica sembra un James Cotton che ha interiorizzato Jerry Portnoy, Foderà e Guzzardi incisivi al punto giusto, tra Jimmy Rogers e Buddy Guy. Canzoneri e Sabella puntigliosi, professionali e… with the right feel. Tra i vari brani vanno ricordati una bollente Close to You di Muddy Waters e una Suzie Q della coppia Hawkins-Burton pregna di Stax Sound. A seguire il clou della serata e, forse, di tutta la rassegna. Va premesso che il palco di questo Festival aveva già nel 2001 ospitato un lacerto mitico dell’Irish Blues come i Nine Below Zero, ma con questa Band of Friends l’emozione si somma alla commozione. Infatti, grazie a loro, torna viva la leggendaria musica dell’indimenticabile Rory Gallagher, chitarrista sopraffino e di rara inventiva. Questa band, capitanata dal bassista Gerry McAvoy – colonna della storica band del grande Ror ma anche dei Novesottozero – e completata dal tedesco Stephan Graf alla chitarra e da Brendan O’Neill alla batteria (anch’egli nei NBZ e collaboratore stabile, dal 1981 al 1991, di The Greatest Guitarist you’ve never heard of), ripropone, con qualche necessaria concessione alla contemporaneità, il furore elettrico del repertorio di Gallagher (piccola digressione: ho rumorosamente deliziato per anni i miei timpani con Irish Tour ’74, album fattomi conoscere decenni fa proprio dal patron del Festival alcamese, Francesco Campo). L’energico sound che propongono non è un generico we take no prisoners, ma un pezzo importante della musica che amiamo, suonata da interpreti e testimoni credibili e coinvolti fino al midollo (McAvoy è altresì l’autore dell’ottima biografia “Riding Shotgun: 35 Years on the Road with Rory Gallagher and Nine Below Zero” del 2005). L’altissima temperatura boogie-rock è devastante già dal primo brano, Double Vision, e dal secondo, Messin’ With The Kid (che è, comunque, di Junior Wells): Graf, virtuoso intelligente, sa ben trasfigurare il mondo di The People’s Guitarist, senza cadere nello sterile calligrafismo, anzi… inventando sempre tra Scotty Moore, Paul Brady, Richard Thompson, Gary Clark Jr. e… Ror! La sezione ritmica non perde un colpo che sia uno, tra solidità e raffinatezza! Seguono poi una lavica Lonely Mile, una Moochild in cui fanno capolino momenti dalla dinamica variabile (da pp a fff, ossia dal sussurro allo tsunami, tipico dei grandissimi), il boogie strappamutande di Bought and Sold, lo shuffle perentorio e violento di Heaven’s Gate (dove Graf… graffia!), il r’n’r dritto e incalzante di Bourbon, quello sincopato di Cradle Rock, il folk-blues venato di rock di Tattoo’d Lady, l’epica ballad I Fall Apart, il rock-blues deciso di Off The Handle (che si permette pure un siparietto reggae), la quasi hendrixiana Bad Penny (dalla generosa coda strumentale) e, in chiusura, il brutale r’n’r di Shadow Play. Ma il pubblico alcamese non è per nulla pago ed ecco che il trio concede due bis: dapprima il funk rock di Philby e a ruota il brutale boogie di Bullfrog Blues. Graf alla slide è sconcertante per inventiva! McAvoy e O’Neill sono mix di Sting-Copeland e Redding-Mitchell in chiave updated. Hanno circa centocinquant’anni in due, ma spaccano come pochi!

Si poteva finire meglio? No! Basta incrociare i sorrisi soddisfatti del fitto popolo del blues che non vuole lasciare Piazza Ciullo e si accalca per un autografo o un selfie! Lode al Brass Group di Alcamo e… missione compiuta! Long Live Blues!




