ZU live a Milano, 28/1/2026

Daniele Ghiro
4 minuti di lettura

Il Santeria è uno di quei luoghi che Milano sa ancora offrire quando smette di fare la città-vetrina e torna a essere spazio vissuto. Informale, diretto, con una sala concerti che non ha paura dei volumi (e con gli ZU i volumi devono essere alti), non per vezzo ma per necessità fisica, perché il loro suono non è contorno: è materia, pressione, presa diretta sul corpo. Tre uomini sul palco, nessuna parola, nessuna concessione. Solo musica. E non come slogan, ma come pratica radicale.

Il sassofono baritono di Luca T. Mai (il suo compito è diviso con i synth) diventa subito voce narrante: ora lacerante, ora solenne, capace di farsi urlo e canto senza mai cercare il compiacimento. È una voce che racconta senza spiegare, che suggerisce senza guidare. Il basso di Massimo Pupillo è un pilastro tellurico, una massa in continuo movimento: guida l’assalto ma sa anche rallentare, aprire fenditure contemplative, reggere l’architettura sonora con una sicurezza che non ha bisogno di essere esibita. E poi c’è la batteria di Paolo Mongardi, semplicemente strepitosa: naturale e devastante insieme, senza alcun fronzolo, nessuna posa: solo precisione, potenza e una resistenza quasi disumana. Alle loro spalle scorrono visual ipnotici, mai invasivi, perfettamente integrati nel flusso sonoro.

Il risultato è una performance compatta (che, va detto, saccheggia a piene mani il nuovo, bellissimo Ferrum Sidereum) carica di energia, in cui la band dimostra, ancora una volta, una capacità rarissima: passare con naturalezza dalle parti più eteree a quelle più rumoristiche, dai pieni monolitici a improvvise sospensioni, senza che nulla suoni forzato o decorativo. Ci sono momenti in cui i tre si scatenano su ritmi forsennati che non lasciano alcuno scampo. L’ascoltatore viene catturato in un vortice metallico di tensione e catarsi, un’esperienza fisica prima ancora che intellettuale. E il pubblico risponde. Non con distrazione, non con l’ansia di documentare tutto, ma con un’attenzione partecipe e gaudente, quasi grata. Alla fine siamo tutti sudati, contenti, con le orecchie che fischiano e quella sensazione rara di aver condiviso qualcosa che non si ripeterà facilmente.

Essere in tre e mettere in piedi un muro del suono di queste dimensioni, non è cosa da tutti. Ma soprattutto: farlo senza mai scadere nel rumore fine a se stesso, senza rifugiarsi nell’alibi dell’estetica estrema. Ed è qui che la musica, inevitabilmente, si fa anche politica. Non nel senso delle bandiere o delle dichiarazioni a effetto, ma in quello, magari meno importante ma non certo meno urgente, della responsabilità del gesto artistico. In un momento in cui troppo spesso la musica sembra impantanata in polemiche sterili, in posizionamenti più urlati che praticati, gli ZU salgono sul palco e fanno l’unica cosa che conta: suonano. Suonano come se il palco fosse ancora un luogo necessario, come se il suono potesse, e dovesse, parlare più forte delle diatribe fini a se stesse.

Viene spontaneo pensare a chi, il giorno prima, ha scelto di non suonare a Bologna: scelta legittima, certo, ma che lascia aperta una domanda. A chi parla davvero la musica quando rinuncia a esserci? Gli ZU, a Milano, una risposta l’hanno data. Senza proclami, senza spiegazioni. Con un ora e mezza di suono compatto, feroce e lucidissimo. 

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