Interviste

Traveller: Chris Stapleton parla del suo disco

Sino a qualche mese fa non lo conoscevamo. Non sapevamo nulla, o quasi, di Chris Stapleton. Sì, aveva scritto delle canzoni, parecchie, ma per lo più cantate da gente che non consideravamo molto: Tim McGraw, Dierks Bentley, Adele, Kenny Chesney, George Strait, Darius Rucker, Luke Bryan. Artisti (a parte Adele) country commerciali (a parte Strait, che mantiene una sua dignità): ma un conto è scrivere per altri, un conto è fare un disco a proprio nome. E Chris Stapleton ha mostrato il suo valore, immediatamente, al primo colpo. Aveva fatto già un buon tirocinio con gli Steeldrivers, in cui era voce solista: ma il sound era più bluegrass, anche se la band aveva sempre incontrato i favori della critica, al punto che Chris aveva anche vinto il premio della International Bluegrass Music Association e lui e la sua band erano stati nominati a tre diversi Grammys. Ma, visto chi vince mediamente i Grammys, non so quanto sia importante questo premio per un artista vero. Che Stapleton sia vero, è fuori di dubbio. Ha una gran voce, sa scrivere e il suo disco ha un suono splendido: un po’ del merito va a Dave Cobb, il produttore, ma anche Chris ci ha messo del suo. E poi il disco non è country puro ma è contaminato con il rock, il blues, in parte anche con il bluegrass. Noi abbiamo dato la copertina a Stapleton, al primo colpo, perchè il disco è bello, molto bello, anzi bellissimo. Chris vive in Tennessee ma è nato in Kentucky: la parlata non è delle migliori, ogni tanto la voce è un po’ impastata e lui mangia qualche parola. E’ un southern man, viene dalla stato dell’erba blu e la musica è la sua ragione di vita. E poi ha una voce che è difficile dimenticare: una via di mezzo tra Tom Waits e John Hiatt, con inflessioni che ricordano anche Gregg Allman. Sentiamo che cosa ha da dirci.


Parlare con lui è stato un po’ avventuroso. Prima non potevo io, poi lui, poi ancora io. Insomma, al quarto tentativo ce l’abbiamo fatta. Ci ha collegato il suo manager che è stato molto gentile nei miei confronti, mentre cercava Chris da qualche parte a Nashville. Sento dei rumori nella cornetta del telefono.

Hey Chris, ci sei?
Si, ci sono.

Come stai?
I’m wonderful and you?

Bene, grazie. Ho delle domande per te.
Ok, sono pronto.

Hai scritto più di 150 canzoni per artisti di ogni genere,dal country al pop. Sheryl Crow, Adele, Tim McGraw, George Strait e moltissimi altri. Come mai hai deciso di fare un disco tuo, di esordire come solista?
Come sai sono stato in un band, The Steeldrivers, che ha avuto (ha ancora, ndr) un certo successo. Abbiamo avuto dei premi, abbiamo venduto parecchi dischi, ed io ero la voce solista. Poi, nel 2010, ho lasciato la band. Volevo ritirarmi a scrivere e basta, ma un A&R della Mercury mi ha avvicinato, un paio di anni dopo, e mi ha chiesto se non avevo mai pensato di fare un disco a mio nome. Tutto è iniziato da lì.

Quando hai cominciato a scrivere le canzoni per questo disco, hai usato lo stesso metodo di scrittura che aveva prima o hai adottato una nuova forma di scrittura?
Ho cominciato a scrivere canzoni, da quando sono andato a Nashville, sin dal 2001. Le canzoni che sono su questo disco le ho scritte per lo più tutte negli scorsi anni. Sono quasi quindici anni che scrivo e non tutte le canzoni che ho scritto sono state usate. Poi c’è mia moglie che mi aiuta, che mi dà una mano a scrivere le canzoni.

Traveller ci è piaciuto molto, al punto che abbiamo deciso di metterti in copertina.
Questo mi fa piacere, molto piacere. D’altronde tu sei in Italia e io sono in Tennessee: se mi hai chiamato ci deve pur essere una ragione! (…si mette a ridere, alla grande…)

Nell’album ci sono due covers: Tennessee Whiskey e Was It 26. Le hai scelte perché ti piacciono?
Sì sicuramente. Mentre eravamo in studio abbiamo cercato di registrare canzoni che conoscevamo già. E Tennesse Whiskey è una canzone che abbiamo fatto dal vivo moltissime volte. La suoniamo quasi tutte le sere, è una delle nostre favorite. Sin da quando l’aveva cantata George Jones, è sempre stata una delle mie preferite. Sia io che la band l’abbiamo registrata con grande piacere, visto che rimane una delle nostra canzoni di punta. Lo stesso si può dire per Was It 26: non l’abbiamo suonata come Tennessee Whiskey, ma spesso è nei nostri concerti. E’ anche lei una delle mie favorite, e poi conosco Don Sampson, l’autore.

Trovi l’articolo completo su Buscadero n. 380 / Luglio – Agosto 2015

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