foto: Cristina De Maria

In Concert

Alejandro Escovedo live a Massa Lombarda (RA), 26/03/2017

ALEJANDRO ESCOVEDO, Sala del Carmine, Massa Lombarda (RA) – 26/03/2017

Quando la consapevolezza di tutte le vite che abbiamo perduto, di quelle in procinto di perdersi o di tutte le altre ridotte in cenere da noi stessi, si fa preponderante, recuperare gli antichi amori e coltivarli con nuova intensità, bruciando ogni cellula residua fino a incendiare ciascuna notte, ciascun concerto e ciascun disco come fossero sempre gli ultimi, può rigenerare più e meglio di qualsiasi terapia.

Da quando Alejandro Escovedo — musicista di origini messicane passato dal punk e dal primo roots-rock a una mai prevedibile carriera solista nei panni del cantautore elettrico — ha visto in faccia la morte, rischiando di rimetterci le penne, i suoi album hanno ritrovato un’intensità, un’essenzialità tagliente e una messa a fuoco così aggressiva e radicale da far capire quanto certo rock and roll urbano e ringhioso, costruito intorno a un ventaglio di riferimenti in cui sono racchiuse la sofferta sfrontatezza di David Bowie, il laconico romanticismo di strada di Lou Reed e l’angoscia metropolitana degli Stooges, contenga sufficiente forza espressiva da configurarsi quale vero e proprio talismano per chi voglia sentirsi vivo.

Arrivato in Italia per promuovere la pubblicazione dell’ultimo, ottimo Burn Something Beautiful (2016), Escovedo (67 anni il prossimo giugno) è apparso in forma come solo certi “grandi vecchi” in possesso della statura dei classici sanno essere, pronto a trasmettere la sua verità e le sue passioni con un’immedesimazione, un senso dello spettacolo, una grinta, una naturalezza che invano si cercherebbero in artisti più giovani e smaliziati. Malgrado l’acustica non proprio irreprensibile e, anzi, piuttosto contrastata della pur incantevole Sala del Carmine — una chiesa del comune romagnolo di Massa Lombarda, costruita dai carmelitani nel Seicento e oggi adibita a manifestazioni culturali — le frustate di Castanets, Bottom Of The World o Can’t Make Me Run non hanno fatto davvero alcuna fatica a perforare le orecchie degli ascoltatori con la ruvidità di un proiettile sonoro sospeso tra rock garagista e febbricitanti deviazioni psichedeliche. Il valore aggiunto dell’esibizione, comunque, è stato portato in dote dal quartetto italianissimo di Don Antonio, ossia Antonio Gramentieri alla chitarra, Denis Valentini al basso, Matteo Monti alla batteria e Franz Valtieri ai sassofoni e alle manipolazioni elettroniche: spalle di Escovedo in tutto il lungo tour europeo di quest’ultimo, i quattro hanno ridisegnato l’universo mezzosangue e rockista del titolare piegando le molecole del proprio dna a un suono feroce, ferino e fatato, imponderabile e trascinante nel suo continuo innescare tutte le sequenze di voli in caduta libera di cui si nutre il r’n’r nella sua versione meno conservatrice.

Impossibile resistere al melodramma elettroacustico di una Sister Lost Soul in passato composta per Jeffrey Lee Pierce (e in questa occasione dedicata alla memoria di Chuck Berry), soprattutto se, nella parte centrale, la sei corde di Gramentieri provvede a eviscerarla con uno sbudellamento da qualche parte fra Prince e Bruce Springsteen, impensabile non lasciarsi trafiggere da una punta di commozione durante l’esorcismo arruffato e sanguinante di una Down In The Bowery tutta cuore e cicatrici, difficilissimo non perdersi nel vortice scartavetrato di una fulminante Sally Was A Cop in cui le chitarre duellano con intelligenza, violenza e volume. E allora, alla fine, tutti in piedi a cantare Always A Friend, facendosi contagiare dal suo ritmo spedito alla Marc Bolan, e tutti in fila per applaudire una psicotica, furiosa, interminabile rilettura di Like A Hurricane (Neil Young), nell’unico bis accompagnata da una parafrasi onirica e notturna, da David Johansen smarrito a cercare la luna nei vicoli, di A Thousand Kisses Deep (Leonard Cohen): tutti in piedi e tutti uniti nell’applaudire il rock’n’roll che sa ancora essere una lingua di vento e di fuoco incompiuta e profetica nella stessa misura, mai innocua, mai gratuita, mai succube del proprio retaggio, talmente profonda e dinamica da far completamente dimenticare, una volta raggiunto l’esterno, le deboli gocce di una pioggia primaverile intenta a cadere sui vetri e sulle nostre ossa.

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