Recensioni

Alex Maas, Luca

ALEX MAAS
LUCA
BASIN ROCK
***1/2

In attesa di un nuovo album dei Black Angels, che dovrebbe essere in questo momento in fase di missaggio, il cantante della formazione texana, Alex Maas, esce in questi giorni con un disco d’esordio pubblicato a proprio nome. Il Luca del titolo è anche il nome del suo primogenito, nato un paio d’anni fa in concomitanza con l’inizio del lavoro di realizzazione dell’album. Ovviamente, questo avvenimento ha non poco influenzato la scrittura di queste canzoni, più a livello lirico dobbiamo dire, con diversi testi incentrati sull’esperienza della paternità, sulla scoperta di una nuova dimensione di felicità, sulle paure che questa responsabilità comporta, molto meno invece dal punto di vista sonoro.

Sia pur lontani dalle elettriche e distorte trame oscure dei Black Angels, queste sono canzoni tutt’altro che luminose, che mantengono piuttosto un carattere a mezza via tra l’allucinato e il malinconico, con un surplus di sottile bizzarria a velare l’impianto folk del tutto. Buona parte di quest’aspetto deriva dal fatto che Maas ha usato in maniera massiccia un Optigan per scrivere e registrare queste canzoni. Sorta di Mellotron con all’interno dei dischi ottici al posto del nastro, scrigno pieno di suoni diversi, l’Optigan è stato descritto da Maas alla stregua di una scatola magica capace di portarti in un altro mondo.

È il primo suono che si sente in Luca e le sue cangianti sonorità le si ritrovano in un po’ tutto l’album, il quale, nell’insieme, può essere descritto come il frutto di un cantautore folk perso in nuvole oppiacee e lisergiche. Lo mette in chiaro subito l’iniziale Slip Into, una ballata sottilmente alterata, dove l’Optigan ha la forma di un flusso flautato attorno al quale viene messa una cornice di basso e batteria.

Diciamo che si potrebbero trovare anime affini riguardo a ciò che si sente qui dentro con storici outsider come Syd Barrett o novelli bardi psichedelici come Tim Presley. Proprio in un disco di quest’ultimo potreste trovare la bella e malinconica The Light That Will End Us o l’acustica Special, dissolta in un filamento di suono. Splendida è Been Struggling, la quale non poco ricorda i Black Angels, ma li vira in versione country psych, con un mood insolitamente arioso e un bell’inciso psichedelico di pedal steel da parte di Luke Dawson (solo uno dei diversi musicisti che collaborano qui con Maas).

Non certo l’unico momento memorabile in scaletta, vedi il Leonard Cohen sotto acido di 500 Dreams; il groviglio di piano, arpa, Optigan e Mellotron dell’incantata What Would I Tell Your Mother; la ballata All Day; l’insinuante melodia della dolce Shines Like The Sun (Madeline’s Melody); il garage-psych-blues American Conquest; la chiusa voce e chitarra, quasi cosmic country, The City.

Forse un modo insolito e originale per salutare l’arrivo del suo bambino, a cui dovremmo però accodarci anche tutti noi per godere di questa visionaria quarantina di minuti.

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