Foto © Lino Brunetti

In Concert

Algiers live a Milano, 24/10/2023

A circa un anno e mezzo di distanza dall’ultima volta, gli Algiers sono tornati a Milano, una città che confessano di amare molto e questo nonostante l’ultima volta fu teatro di un furto della loro attrezzatura, cosa che non poco li mise in difficoltà. A un certo punto di questa serata ci scherzeranno anche sopra su sta cosa, dimostrando un certo senso dell’umorismo.

Sempre l’ultima volta al Biko, Franklin James Fisher ci aveva avvisato che il nuovo disco della band sarebbe stato una bomba e, dopo averlo ascoltato, SHOOK, uscito a inizio anno e da poco ripubblicato con alcuni pezzi in più, si è dimostrato veramente tale, un album che è una delle cose migliori e più potenti tra quelle uscite negli ultimi dodici mesi.

Per chi vi scrive, la band di Atlanta, Georgia, dovrebbe riempire quantomeno i palazzetti: la loro incredibile miscela di soul, rock, post punk, elettronica, hip hop e black music in generale è semplicemente una delle cose più eccitanti e potenti in circolazione, un suono perfettamente calato nel presente, con le radici nel passato e lo sguardo fiero rivolto al futuro. Forse fin troppo incalatogabile, però, sta di fatto che, almeno dalle nostre parti, continuano a suonare per poche centinaia di persone nei piccoli club, mettendoli a ferro a fuoco con un’energia che la maggior parte della mega star si sognano e con le loro canzoni incendiarie, tali sia dal punto di vista sonoro che lirico.

All’Arci Bellezza, comunque, non siamo in pochi e vedere la sala piena, tra l’altro portatrice di una palpabile energia che arriva anche sul palco, è senza dubbio una gioia. Sono le dieci in punto quando i quattro – a cui anche stavolta s’aggiunge un quinto membro sostanzialmente a voce e percussioni – salgono sul palco. Al contrario dell’ultima volta, Fisher evita di sedersi anche alle tastiere, ma si dedica solo a cantare e alla chitarra. La sua voce rimane una delle migliori della sua generazione, per forza e intensità, capace com’è di essere credibile sia come ugola soul, che come aggressiva protagonista di pezzi dall’indole punk.

Ad essa dedica un’apposita pedaliera d’effetti, facendola risuonare spesso come un vero e proprio strumento in più, mescolandola inoltre con campionamenti di voci che fa di tanto in tanto partire, i quali vanno ad aggiungersi a quelli musicali pilotati dal bassista e tastierista Ryan Mahan che, tra un pezzo e l’altro, manda frammenti di brani come se fossimo al cospetto di un sound system.

Se pure i dischi sono straordinari, è sul palco che gli Algiers dimostrano di essere una band con una marcia in più. Il loro suono è formato da una magmatica stratificazione di elementi diversi, a volte apparentemente inaccostabili: la chitarra di Lee Tesche è free e rumorista, lancinante nelle sue taglienti lame di distorsione; Matt Tong è un batterista preciso, ma estremamente potente, che forse, fin dall’aspetto, ti aspetteresti di vedere in azione in una band hardcore; Mahan dal canto suo, al di là dei suoi scenografici balletti, è il regista dei synth e della parte più elettronica, ma è anche un validissimo bassista le volte che imbraccia il suo strumento.

Una compagine strambamente assortita, all’apparenza, tenuta assieme dal furore vocale e dalla tarantolata presenza scenica di Fisher, anche un chitarrista dai rapidissimi cambi d’accordo, che fin dalle prime battute, con pezzi come Irreversible Damage, Cry Of The Martyrs, 73% o Walk Like A Panther, attira l’occhio col suo carisma e fa il pelo e il contropelo con la sua voce. La scaletta tocca un po’ tutti gli album, dando ampio spazio a SHOOK ovviamente, che si conferma tra le loro cose migliori anche dal vivo, ma senza dimenticare cose ormai classiche come Black Eunuch, Irony. Utility. Pretext. o un’intensissima Blood dall’esordio, così come Walk Like A Panther, Animals o la titletrack di The Underside Of Power (quest’ultima l’unica suonata in assetto unicamente rock, chitarra, basso, batteria e davvero devastante come al solito), fino alla punkettosa Void o a There Is No Year, tratte dall’album che portava quest’ultimo titolo.

Geniale nella sua quasi ovvietà la cover di State Trooper di Springsteen, spedita in scenari quasi industrial e fusa al riff di tastiera di Ghost Rider dei Suicide, per un doppio omaggio davvero clamoroso, così una Out Of Style Tragedy velocizzata e trasformata in fulminante rap post punk, tra l’altro precedeuta da Nuclear War di Sun Ra, non più fondale campionato come su disco, ma cover vera e propria.

Un’ora e mezza di musica live tra le migliori viste quest’anno, perfettamente chiusa da una livida Death March che, come il resto, sarà difficile dimenticare.

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