Foto © Raffaele Della Pace

In Concert

Bruce Springsteen & The E Street Band live a Monza, 25/7/2023

A voler fare della facile ironia, si potrebbe ammantare come minimo quale portatore di una certa sfiga il tour di Bruce Springsteen & The E Street Band in Italia: non fossero bastate tutte le polemiche sorte quando sono passati da Ferrara – sulle quali non vale proprio la pena tornare su – si è rischiato si ripetessero pure in occasione della chiusura del tour europeo in quel di Monza, colpita, come altre aree della Lombardia, da un violento nubifragio che ha scoperchiato tetti, fatto cascare alberi e creato in genere molti danni, tanta paura, purtroppo anche una vittima.

Per un attimo s’era paventata la possibilità che il concerto potesse essere cancellato, ma poi il sindaco e le autorità competenti hanno, a parere di chi scrive giustamente, dato il via libera. Diciamolo subito e chiudiamo così la questione: la cancellazione sarebbe stata assolutamente inutile e il fatto che sia stata ventilata è stato probabilmente solo per mettersi al riparo, da parte delle autorità, da successive recriminazioni. In realtà, passando per le strade di Monza, i segni del disastro erano chiaramente evidenti, ma nulla che potesse mettere in difficoltà la viabilità e l’afflusso di un cospicuo numero di persone (almeno per quello che ho potuto testimoniare io). Al parco, poi, di segni non se ne vedevano proprio, grazie probabilmente al gran lavoro fatto nelle settimane precedenti e agli ultimi aggiustamenti del caso.

Se su qualcosa dobbiamo recriminare, semmai, è inerente al deflusso dall’area concerti a fine show, gestito con una certa approssimazione, con masse di persone intubate verso due sole uscite, al buio, in mezzo al bosco, con scarse informazioni e indicazioni che più che sommarie erano assenti. Peccato per questo grosso neo, al quale si può al massimo fornire l’attenuante che alcune vie fossero chiuse proprio per quello che era successo nelle ore prima, non so, perché per il resto, sempre per ciò che concerne l’esperienza del vostro cronista, le cose sono parse organizzate benissimo: numerose e senza lunghe attese le navette di collegamento, adeguato alla massa di persone il numero dei bagni (forse non altrettanto quello dei bar, dove c’era sempre da fare coda), e alla fine neppure così odioso l’utilizzo dei famigerati token, acquistabili senza vincoli e di fatto una mera sostituzione dello scontrino per poter prendere da bere e mangiare.

Cosa aggiungere quindi d’altro a tutte le cose che avrete già letto, senza sfociare nel banale? Poco, direi.

I grossi concerti sono fatti così: scomodi, faticosi, costosi, che solo in parte garantiscono un godimento pari alle aspettative. Sulla scelta – comunque ormai inevitabile – di far suonare Bruce in posti come quelli scelti per questa tornata, avevo dubbi come chiunque altro: gli stadi sarebbero stati indubbiamente più comodi, garantendo una visibilità maggiore da più o meno tutti i suoi punti e, probabilmente, favorendo anche un’atmosfera diversa, meno dispersiva, credo anche più gratificante emotivamente per l’artista.

Alla luce di quanto detto finora, c’è almeno un però: se riuscite ad accaparrarvi un biglietto per il cosidetto Pit A, una situazione del genere è per alcuni versi migliore dello stadio. Mai avevo sentito un concerto di Bruce così bene e fin dal primo pezzo, senza rimbombi, suoni impastati e altre amenità che chiunque sia stato a vedere un concerto a San Siro (ad esempio) conosce bene; dato per certo che sia ormai impossibile tornare a vedere Springsteen in luoghi più raccolti (quante volte è passato dai palazzetti tipo il Forum in passato? Oggi è ancora possibile? E se sì, quanto costerebbe un biglietto?), stare nel Pit A ti dà la possibilità di rivivere quella sensazione, visto che dal suo interno, dal quale si vede bene credo da ovunque, manco si sa ha piena coscienza che “dietro” esistano altri due ben più ampi settori e si ha la sensazione di un qualcosa di molto più intimo che non un concerto da 70000 persone. 

La vera questione sta tutta qui, in realtà, perché, tra il Pit A e il B, e ancora oltre per ciò che concerne il più grosso e distante C, a fronte di una differenza di prezzo non così esorbitante, l’esperienza è sicuramente diversissima, tanto che sarebbe auspicabile e sicuramente più giusto, anche se non so quanto realmente praticabile, una calibrazione migliore nei prezzi dei biglietti di eventi simili in futuro (che almeno nel Pit C avrebbero dovuto essere sensibilmente più bassi).

Detto ciò, le considerazioni fatte finora e tutto ciò che segue, sono fatte dalla prospettiva di uno che il concerto se l’è visto (e più che bene) nel Pit A, ben sapendo che se così non fosse stato, probabilmente avrei avuto un’altra esperienza.

Partiamo allora brevemente dagli opening act, una relativa novità per i concerti di Springsteen. Si inizia puntualissimi alle 16:30 col set dei bravi Teskey Brothers e il loro soul venato Southern. Come sempre accade in queste occasioni, non la situazione ideale per gustarsi una formazione poco adatta alle spianate di gente, ma la band è parsa comunque solida nel suo rimarcare sonorità classiche. Se un appunto devo fare è sulla loro scelta di fare affidamento in larga parte sulle ballate, relegando solo alla fine della loro esibizione un qualcosa di più sanguigno, scelta non proprio accorta se vuoi guadagnarti le attenzioni di un pubblico (quasi per definizione) distratto perché lì per altro.

Errore non compiuto da un’altra australiana come i fratelli Teskey, ovvero Tash Sultana, anche lei puntualissima, da sola sul palco e intenta a suonare tutti gli strumenti, campionandosi dal vivo attraverso delay e pedali. Ci mette una gran grinta, una buona tecnica sia vocale che strumentale, ma il tutto pare ridursi a uno sfoggio di bravura che incuriosisce, ma risulta un po’ impalpabile, sostanzialmente per mancanza di canzoni autenticamente originali e di sostanza. Il pubblico, però, è parso gradire un po’ di più.

Alla fine, gli unici a essere in ritardo sono proprio Bruce e compagni che, anziché alle previste 19:30, arrivano on stage alle 19:52. Essendo l’ultima data del tour, su questa serie di concerti si è già scritto di tutto e di più e cose nuove da aggiungere non ce ne sono poi molte. La scelta di affidarsi a una scaletta immutabile non è stata scalfita neppure in questa serata e chi si aspettava sorprese, magari proprio per il suo essere l’ultimo show europeo, sarà rimasto deluso. 

La mia sensazione è che il tutto, almeno nelle sue parti principali, sia costruito come un vero e proprio spettacolo, quasi alla maniera di quello di Broadway. Qui non ci sono parti parlate – se non l’introduzione a Last Man Standing dedicata, così come il pezzo, al vecchio compagno nei Castiles, negli ultimi anni scomparso, George Theiss, puntualmente tradotta in italiano sui maxischermi, così come accadrà anche per altri due/tre pezzi cardine, assurti a simbolo del significato attribuito a tutto lo show – ma è evidente che il tutto è finalizzato a costruire una sorta di storia. La sequenza dei pezzi non è insomma messa lì a caso, c’è una coerenza interna a tutto lo spettacolo, oltre al fatto che, come ha dichiarato Nils Lofgren in una recente intervista, stavolta l’intenzione era di concentrarsi su un ristretto numero di pezzi, per poterli rendere al meglio, sera dopo sera.

Un po’ tutta la prima parte dello show, rock e arrembante, con pezzi come No Surrender, Ghost, Prove It All Night, The Promised Land, Out In The Street  e Darlington County, con esattamente al centro di questi brani Letter To You, messa lì a dirci che c’è un messaggio chiaramente indirizzato a noi in questa sequanza, sono lì a parlarci della vitalità del rock’n’roll, di quanto sia un elemento che ti aiuta ad affrontare i problemi di tutti i giorni, della sua forza nel darti una direzione, uno scopo, uno dei più classici dei topos springsteeniani.

Arriva poi la parte, a parer mio, musicalmente più interessante dello show, con un quartetto di brani dove viene fuori tutto il carisma dei musicisti, compresa la sezione fiati e i cantanti aggiunti, usati pienamente solo in questa porzione di pezzi. Un peccato, perché è indubbio che il vitalismo che emerge da una Kitty’s Back a dir poco stratosferica, la festosa sensualità propagata da pezzi minori, ma qui significativi, come la Nightshift dei Commodores e Mary’s Place e i ricordi del periodo del tour delle Seeger Sessions evocate da una Johnny 99 di sapore New Orleans, hanno una freschezza che sono il miglior lascito dello Springsteen attuale. Questa sezione del concerto fa immaginare cosa questi sarebbero potuti essere se Bruce avesse pensato a un tour in cui rivedere il suo repertorio più recente, sviluppando con la band dal vivo i pezzi di Western Stars, dell’album di cover, pure di tutte le cose di Letter To You inevitabilmente rimaste fuori e che chissà se mai verranno recuperate. Ci rimarrà il dubbio.

A partire da una commossa, ma un po’ telefonata The River, seguita dalla citata Last Man Standing, eseguita in solitaria, se non per l’intervento alla tromba di Barry Danielan, Bruce chiarisce dove il tutto sta andando a parare: lo spettacolo si colora di un sentore malinconico, che nella celebrazione di un vecchio amico (commuovente in tal senso la Backstreets piazzata subito dopo) è come se raccontasse un’epopea che sta giungendo alla fine, tenuta in piedi da un manipolo di musicisti che di certo non si arrendono, ma ormai alla fine della pista. 

Arrivano così le testimonianze di questa forza ancora viva, di un’energia a cui rimanere attaccati stoicamente, segnati da una sempre rocciosa Because The Night (col sempre grande assolo di Nils Lofgren), dal martellare potente di She’s The One (qui, come in tutto lo show, Max Weinberg si dimostra quel gigante che è sempre stato dietro i tamburi), dall’epica di una grandiosa Wrecking Ball, da una velocizzata e forse mai così efficace The Rising, fino all’urlo mai domo di Badlands.

Born To Run ancora una volta ci dice che la corsa iniziata ormai tanti anni fa non si è ancora conclusa, ma pur nella festa che va avanti, Bobby Jean non manca di far scendere un pizzico di malinconia, i Glory Days veri, al di là delle apparenze trionfali, sono probabilmente alle spalle e anche danzare nell’oscurità, accendendo quella scintilla che ci ha sempre fatto sognare di ottenere qualcosa di meglio dalla vita, non può farci dimenticare chi non c’è più, Danny e Clarence, ricordati durante una Tenth Avenue Freeze-Out dal sapore elegiaco, appena camuffato da una spacconata di Bruce che si strappa la camicia mettendo in mostra i pettorali e un fisico invidiabile anche a 74 anni.

Pochi o nulli i siparietti comici, così come le concessioni alle richieste del pubblico, se non in una in fondo non troppo necessaria Twist And Shout, infilata nel finale prima della chiusa acustica con I’ll See You In My Dreams, inevitabile suggello a quanto esposto finora.

Forse per la prima volta Bruce e compagni, almeno nell’aspetto, sono parsi invecchiati, e forse anche a questo è dovuto uno spettacolo orgoglioso, diretto, pulsante, vivo e intenso, molto raramente, specie negli ultimi tour sbrodoloni coi cartelli, suonato come in questo caso con tale grinta ed efficacia. Il 2023 ci ha fatto vedere Bruce Springsteen & The E Street Band al meglio delle loro possibilità attuali, con una forza che forse non era neppure lecito attendersi. Grandiosi.

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