Foto: Lino Brunetti

In Concert

Earth live a Mezzago (MB), 22/11/2019

Le condizioni atmosferiche non sono certe quelle che inducono ad uscire di casa. La pioggia ha continuato a battere incessante per tutta la giornata e probabilmente quello a cui più viene naturale aspirare è un divano e una coperta calda. Le piatte lande brianzole, al buio e sotto l’acqua, appaiono come un susseguirsi di strade provinciali, campi e paesini con villette ancora più indistinguibili del solito. Però è qui, nella piccola Mezzago, che si trova il Bloom, un locale che mantiene una sua statura quasi mitica, quantomeno per quelli che la musica live la frequentano da più di qualche anno. È qui che in questa sera caratterizzata da un tempo da lupi suonano gli Earth, nella prima delle due date italiane previste a supporto dell’uscita dell’ultimo Full Upon Her Burning Lips. Nonostante il tempaccio, il suo pubblico non ha mancato di sentire il richiamo di questa ormai inossidabile band e, anche se in sala non siamo certo stipati come sardine, in fondo l’accoglienza è buona, soprattutto se consideriamo il fatto che quella di Dylan Carlson proprio una band per tutte le orecchie non è. 

Ad aprire la serata c’è Helen Money, pseudonimo della violoncellista di Chicago Alison Chesley, una marea di collaborazioni e featuring con altri, ma anche una manciata di dischi in proprio per etichette quali Table Of The Elements, Profound Lore, Thrill Jockey. Con qualche loop e un’enorme pedaliera di fronte a sé, la Chesley ha proposto alcuni dei suoi brani strumentali in bilico tra lirismo avant cameristico ed esplosioni di metallica distorsione. Sia pur interessante, la sua performance, già di per sé iniziata in ritardo, da alcuni viene vista come poco più che un ulteriore dilatarsi dei tempi, tanto che quando finalmente gli Earth salgono sul palco non manca tantissimo alla mezzanotte.

Bastano però poche note di Cats On The Briar  per dimenticare in meno d’un istante tutta l’attesa e le difficoltà della giornata. Il suono appare subito assolutamente fantastico, vibrante e immaginifico e l’impianto del Bloom perfettamente all’altezza della situazione, essendo quello che esce dalle casse un sound super loud, ma perfettamente leggibile. Insieme a Carlson e Adrienne Davis (alla batteria ovviamente), c’è un secondo chitarrista, Tristan Jemsek, assolutamente perfetto nelle sue interazioni con i riff, i fraseggi e le note dronanti in uscita dalla chitarra del primo. In due creano un magma elettrico a cui abbandonarsi come ad un trip lisergico risulta facilissimo, grazie anche al drumming come passato alla moviola della Davis, ipnotica nei suoi movimenti, ma precisissima sia nel non perdere mai un colpo, sia nel suo amalgamarsi al vibrare continuo delle corde delle chitarre.

Il grosso della setlist è dedicato ai pezzi dell’ultimo album, il quale nettamente la fa da padrone con allucinazioni desertiche e originalissimi affondi psichedelici quali The Colour Of Poison, An Unnatural Carousel, Datura’s Crimson Veils, Descending Belladonna, The Mandrake’s Hymn e A Wretched Country Of Dusk, più o meno tutte presentate da Carlson prima delle esecuzioni. Ogni brano dà l’idea di poter andare avanti all’infinito o di esaurirsi in poche battute a seconda dell’estro del leader, il quale guida la band in queste lunghe e ipnotiche meditazioni strumentali improvvisando su canovacci ben definiti ma, come si diceva, sempre potenzialmente espandibili.

Dai vecchi dischi sono arrivate solo una magnetica Even Hell Has Its Heroes (dal precedente all’ultimo), una The Bees Made Honey In The Lion’s Skull (il cui titolo già dice tutto) più succinta dell’originale, e una sempre superlativa Old Black, posta proprio in chiusura in una sorta di finto encore, visto che i tre non hanno fatto la finta di scendere dal palco come si fa sempre. Più o meno a metà scaletta avevano anche piazzato un nuovo brano, ancora senza titolo ha rivelato Dylan, che così a primo ascolto è parsa la cosa più classicamente dritta e hard rock mai fatta dalla band. Grandissimo concerto.

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