Foto © Lino Brunetti

In Concert

Fontaines D.C. live a Parma, 6/11/2021

Il Barezzi Festival di Parma ha festeggiato i suoi quindici anni con un’edizione di grande successo che, a fianco di headliner amatissimi quali Carmen Consoli, Iosonouncane e Fontaines D.C., ha allestito una programmazione collaterale dove diversi cantautori e musicisti hanno omaggiato l’arte del grande Franco Battiato, artista generosissimo, che fu d’importanza capitale, nell’ormai lontano 2008, a dare slancio e prestigio fin da subito al nascente festival con la sua presenza.

Doveroso quindi dedicare a lui, nel triste anno della sua scomparsa, quest’edizione, con concerti, anche molto diversi fra loro, che ne hanno ripercorso o hanno reinventato le mille sfaccettature della sua musica.

Dei tre giorni di festival, io sono riuscito a partecipare all’ultimo, quello che vedeva esibirsi gli irlandesi Fontaines D.C. in quel luogo splendido che è il Teatro Regio di Parma, sede della programmazione principale degli eventi. Arrivo purtroppo tardi per godermi la performance di Pino Marino e rinuncio per poter incontrare degli amici a quella di Filippo Destrieri. Intercetto, tra le due, quella di Alessio Bondì, cantautore palermitano che si è preso il compito di riprendere in mano il repertorio in siciliano di Battiato (che però era di Catania e la cosa ha dato vita a un simpatico cortocircuito, visto che Bondì non ha inteso rinunciare all’accento palermitano nel riproporle). Una bella performance voce e chitarra acustica, svoltasi nel Ridotto del Teatro Regio, in cui i pezzi di Battiato (tra i quali impossibile non segnalare una Stranizza D’Amuri da brivido davvero in qualsiasi versione) son stati alternati da Bondì ad alcuni dei suoi brani autografi e a qualche simpatico racconto, i quali hanno messo in mostra buona verve da storyteller.

Senza voler togliere nulla a nessuno, la trasferta a Parma, però, era per vedersi soprattutto i Fontaines D.C., non foss’altro per verificare se la bontà notevole dei loro dischi ha un equivalente altrettanto sostanziale nelle esibizioni live. In linea di massima devo dire che sì, anche dal vivo la band di Dublino non delude, sia pur con qualche appunto. Vediamo di non essere precipitosi, però, andiamo con ordine.

Quando sono all’incirca le 21 e 30, i cinque salgono sul palco con dei mazzi di fiori in mano, per poi lanciarli sul pubblico in quello che è sembrato una sorta di omaggio agli Smiths (ricorderete che Morrissey era uso fare la stessa cosa ai tempi). Gettati i fiori e imbracciati gli strumenti, attaccano con A Hero’s Death, il pezzo che titolava il loro disco più recente, facendogli seguire subito dopo A Lucid Dream, pezzo non poco joydivisionano, anch’esso tratto dal secondo album, per poi offrire invece una doppietta tratta dall’esordio, Sha Sha Sha e Chequeless Reckless. Un inizio non prorompente, devo dire; le versioni sono piuttosto aderenti a quelle in studio, cosa che in fondo mi aspettavo, ma il fatto è che in questo inizio la band sembra essere un po’ con il freno a mano tirato, non del tutto in palla. Non arrivo certo a dire svogliata, ma è quasi come se fosse intimorita dal luogo in cui sta suonando, dal fatto che il pubblico è lì che li guarda standosene seduti.

Per fortuna in breve tempo si scaldano, manco fossero una macchina a carburazione lenta, con Grian Chatten che esplicitamente incita il pubblico a dargli una mano. Ecco così che il concerto s’impenna, sia pur tra qualche piccola sbavatura, tutto sommato legittima e sacrosanta per un tipo di band del genere e per ciò che suonano. Scorrono quindi You Said, I Don’t Belong  e The Lotts, per poi lanciarsi in una Living In America che apre una sequenza a dir poco devastante, intanto con una Hurricane Laughter tagliente e rumorosissima, ben più cattiva e selvaggia di quella su disco, per poi assestare una serie di colpi che non lasciano scampo con Too Real, Big, Televised Mind, fino alla stratosferica e sferragliante Boys In The Better Land, rock punkettoso di quelli che non invecchieranno mai, che chiude il set principale nell’entusiasmo generale.

Il tempo di un paio di bis – Roy’s Tune, Liberty Bell – e il tutto è finito, un’ora e dieci di show puntuti e senza troppi fronzoli che, nonostante la clamorosa bellezza del Teatro Regio, probabilmente sarebbe stato ben più coinvolgente stando stipati in un club dai volumi assordanti. Impossibile lamentarsi comunque e, anche se una durata più lunga di certo non ci avrebbe urtato, avercene di serate così!

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