Foto © Helga Franzetti

In Concert

GA 20 live a Besançon (Francia), 26/11/2022

L’ultimo sabato del mese, sulla locandina, viene annunciato come “Blues féroce”, e i GA-20 lì nel mezzo, West Coast to Besançon, tra l’elettro funk-hip hop dei Mojo Sapiens, che annunciano i colleghi americani come la band più fottutamente straordinaria del momento, e il grunge-blues dei Dirty Deep, Strasburgo, a chiudere col loro magnetismo il bollente appuntamento….

Tagli di luce alla Rodia, e un fiume Doubs che perde i suoi colori nella notte di una tipica atmosfera borgognese, quella del Pinot e del Comté. Colori come lame che squarciano dall’alto il buio della sala, dopo un cambio set che ha visto Matthew e la sua ciurma infaticabili operai.

Le prime note e l’inconfutabile NO NO, che lascia posto a battiti più lenti sulle malinconie di Just Because. Ognuno, su quel palco, traccia intorno a sé ellittici confini, lasciando fuori tutto ciò che non si adatta ai giochi, una circonferenza che si allarga come il disegno di una pietra che gettata dentro a un lago dà vita ad altri cerchi, che si moltiplicano, che costruiscono vibranti sensazioni.

Una musica diversa e uguale, per come impatta sotto al palco e per come la canalizziamo, un polmone vivo che dà ossigeno con un profondo impeto o che respira piano. I droni ipnotici di One Night Man e i ritmi che si stringono su una fedele Cute You Loose di Ricky Allen, le note languide di Crackin Up e i luccichii della chitarra di Dry Run…. 

Nessun protagonismo, ma cambi e intersezioni; tutti sul medesimo binario, giungendo dal passato e correndo nel presente, tornando dal presente a quei trascorsi che Chicago ha conosciuto “stravolgenti” con la follia di Hound Dog Taylor, seguendo inclinazioni che la voce di Pat Faherty catalizza in un fervore elettrico eccitante, mentre sagace, Matthew Stubbs conquista spazi con iniezioni di squadrati e rigorosi assoli. Tim Carman, il gregario alla batteria, conduce le cadenze con estrema precisone e complice un ambiente dall’ideale situazione (suono, sala e numeri), si vede un trio compatto vivido e carnale, che schiaccia l’acceleratore su ogni pezzo puntando dritto al risultato.

Diretti, coreografici e d’effetto, in movimento tra una regia sagace e la presenza scenica a fare da padrona, i GA 20 plasmano quell’alchimia che solo grandi gruppi trasformano in così speciale. Alfieri di sonorità retrò, “vestono” una strumentazione vintage, a esaltare le caratteristiche di un timbro secco e aspro, non per questo scarso di significati. Il blues, il rock, il funk e la prestanza. I pezzi, arrangiati in maniera certosina, si concentrano su perfomance attorno ai tre minuti, energiche, impattanti, tra tempi brevi e resa massima, senza intervalli di carburazione, caustici, arruffati, adatti al loro pubblico, a quella gente che non teme deviazioni, dal sound furioso che anima Let’s Get Funky sul finale al brivido anelante che Patrick Faherty distribuisce coi sui riff. 

Una band che su di un set di poco più di un’ora, riesce a impressionare per estrema rendita ed efficacia, così da confermare l’ascesa inarrestabile verso un consenso sempre maggiore di pubblico e di critica.

Manca solo il Bel Paese. Non ci resta che aspettare o smuovere le acque per far presto.

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