Recensioni

Gov’t Mule, The Dub Side of The Mule

govtmuleGOV’T MULE  
The Dub Side of The Mule
Mascot/Edel
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Terzo capitolo per le celebrazioni del ventennale dei Gov’t Mule. Dopo The Dark Side of The Mule e Sco-Mule,ecco quello più discusso, The Dub Side of The Mule. E non è neppure l’ultimo, visto che a fine Aprile uscirà il secondo volume; solo in vinile, dedicato agli Stones: The Stoned Side of The Mule.
The Dub Side of the Mule è, come il capitolo dedicato ai Pink Floyd, un concerto di fine anno: 31 Dicembre 2006. E, contro ogni mia previsione, questo concerto è probabilmente il migliore del lotto. In primo luogo perché non è monotematico, ma decisamente vario: infatti Warren Haynes passa in rassegna la globalità del sound dei Muli. Le sue canzoni, le covers, il concerto con ospite  fisso dedicato ad un genere che non è quello della band, le jam sessions live con musicisti legati al proprio sound. Più di tre ore di musica, varie, piacevoli, decisamente stimolanti. Si inizia con il primo set, soltanto i Muli sul palco. Un’ora di rock e rock  blues, un’ora di jam sessions poderose con la chitarra del nostro in decisa evidenza, a cominciare dall’iniziale Thorazine Shuffle. Una scusa per fare danzare le chitarra per oltre nove minuti. E siamo solo all’inizio. Larger Than Life, oltre otto  minuti, e She Said She Said ci portano ad una bella e fluida Tomorrow Never Knows, occasione unica per lunghe jam strumentali. Poi è la volta di A Whiter Shade of Pale. Bella versione, molto Procol Harum, che scivola per diversi minuti avvolta da un organo simile a quello di Matthew Fisher, mentre la voce sembra quasi quella di Gary Brooker. C’è da dire che i Mule sono la cover band per eccellenza, sono in grado di fare di tutto e di farlo alla grande. Painted Silver Light, una lunga Sco-Mule (più di dieci), So Weak So Strong, Play With Fire (proprio quella degli Stones) ci fanno arrivare alla fine del primo set.
Chiude un rockin’ reggae intitolato Unring The Bell, preludio a quello che accadrà nel secondo set. E’ la parte dub, che vede protagonista Toots Hibbert, leader di Toots and The Maytals, uno dei gruppi reggae più noti (Funky Kingston), almeno all’inizio dell’esplosione di questo genere musicale. Un set sorprendente, molto piacevole, denso di covers, con la voce, e che voce, di Hibbert protagonista, mentre i muli si adattano a fare i Maytals. Apre I’m A Ram, poi Toots comincia a coinvolgere il pubblico con il classico botta e risposta (call and response) già in 46 Was My Number. Hard to Handle (di Otis Redding) è significativa: aperta da una sezione fiati, la melodia prende subito corpo, ben assecondata dalla ritmica dub e da un sound scintillante. Toots interpreta il grande Otis al meglio. Molto bella True Love is Hard To Find, sempre ritmo reggato, e melodia piacevolissima. La serata prosegue con il classico del reggae Pressure Drop, che ha un ritmo travolgente, oltre che un ritornello decisamente  brillante. La breve Let Down apre per una sontuosa I’ve Got  Dreams to Remember (ancora Otis Redding), suonata e cantata alla grande. Un lento di quelli da spaccare la mattonella in due, canzoni così oggi non se ne scrivono più. Reggae Got  Soul, altro classico del suono giamaicano, e Hard Road ci portano alla celebrazione del capodanno. Hibbert è festoso nel salutare il nuovo anno, coinvolgendo tutto il popolo del Beacon Theater di New York. Poi è la volta di una sontuosa Turn on Your Lovelight, un altro grande classico senza tempo, che mi piace ricordare nelle varie versioni di Jerry Garcia e dei Grateful Dead. Versione reggata e ritmata alla grande, calda, anzi tropicale e bella lunga.
Reggae Soulshine, coi suoi bei dodici minuti, mischia definitivamente Warren Haynes con la musica della Giamaica: una fusione perfetta. Il terzo set, un’altra ora, è quello che dà ulteriore pregio ad una formidabile serata.
Happy New Year e via subito con Gregg Allman and Friends. Gregg canta e una corposa band gli sta dietro le spalle, con tanto di fiati. Sweet Feeling è un rockin’ blues di polso, a cui fa seguito una strepitosa rilettura di Just Like A Woman. Più di nove minuti per celebrare Bob Dylan nel migliore dei modi, con una versione lunga e potente al tempo stesso, densa della melodia dylaniana che Gregg nobilita con una performance vocale di grande spessore. Per I Feel So Bad sale sul palco anche John Popper,che si esibisce assieme a Gregg. Una blues solido, introdotto dall’armonica di John, con le due voci che si mischiano, la chitarra di Warren che dice la sua. Il set di Gregg viene poi ulteriormente nobilitato da una fluida e lunga versione di Dreams,uno dei classici assoluti degli Allman Brothers. Che dire di più. Ma non siamo ancora alla fine. Millions Miles From Yesterday, notevole, e Endless Parade, un lento micidiale, ci portano poi a una versione poderosa di It’s A Man’s Man’s Man’s World. Il classico di James Brown viene riletto in modo splendido, con tutta la potenza dei Mule e la chitarra di Warren che gira a mille e che canta alla grande una canzone certamente non molto facile. Sale sul palco John Popper e la musica cambia volto. Il primo pezzo è una versione torrida di Ramblin’ Gamblin’ Man, il rock  and roll di Bob Seger, che John e Warren rileggono con la furia che a una canzone del genere compete. It Hurts Me Too, di Elmore James, blues elettrico da fare accapponare la pelle e Goin’ Out West chiudono degnamente la serata, estendendosi per quasi venti minuti ancora. Una serata formidabile che prende in esame tutta la musica dei Mule e la propone in una veste sontuosa.

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