Recensioni

Joe Bonamassa, Muddy Wolf At Red Rocks

bonamassaJOE BONAMASSA
Muddy Wolf At Red Rocks
Provogue/Edel 2CD/2DVD/2 LP
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Sappiamo tutti che Joe Bonamassa, per usare un eufemismo, è un artista prolifico, e quindi essendo passati ben sei mesi dall’ultimo, ottimo, album di studio, Different Shades Of Blue, ci si chiedeva quale sarebbe stata la prossima mossa di Joe. Ma in effetti l’artista di Utica, stato di New York, l’aveva già pianificata lo scorso 31 agosto del 2014, quando, nel meraviglioso anfiteatro naturale di Red Rocks, a due passi da Denver, Colorado, e di fronte a 9.000 entusiasti spettatori, ha organizzato una speciale serata unica dedicata al Blues ed in particolare a quello di due titani delle 12 battute come Muddy Waters e Howlin’ Wolf, da cui il titolo Muddy Wolf At Red Rocks.
Negli ultimi anni il buon Joe sembra avere “messo la testa a posto”: una ottima serie di album, in studio e dal vivo (non ve li ricordo tutti perché sono veramente tanti) ma non sbaglia un colpo, e non è che prima non avesse fatto buoni dischi, ma la sua carriera, quantomeno a livello critico, era stata più discontinua. Diciamo che la collaborazione con il produttore sudafricano Kevin Shirley, ha giovato ad entrambi i personaggi, con un percorso lento ma sempre più sicuro, disco dopo disco, stanno creando un body of work che rivaleggia con quelli dei grandi Guitar Heroes del passato. Una delle “piccole lacune” da colmare era quella di un disco dedicato completamente al Blues; in effetti in passato Bonamassa, nel 2003, aveva già dedicato un disco che, fin dal titolo, Blues Deluxe, era un tributo alla musica del diavolo, ed infatti viene considerato uno dei dischi migliori della sua discografia, però, accanto ad alcuni brani classici, c’erano anche un paio di composizioni autografe e la title-track, a firma Jeff Beck/Rod Stewart, peraltro bellissima, che non si possono certo considerare pietre miliari della musica nera.
Questa volta tutto è stato fatto a puntino: dalla scelta della band che lo accompagna, i “soliti” Anton Fig alla batteria e Michael Rhodes al basso, solidissima sezione ritmica, l’ultimo arrivato, il tastierista della Florida Reese Wynans, vecchio pard di SRV, ma che era già in pista sul finire anni ’60, con i Second Coming pre-Allmans, la sezione fiati composta da Lee Thornburg, Ron Dziubla e Nick Lane, ormai una presenza fissa negli ultimi anni, e, per l’occasione, il chitarrista americano Mike Henderson, che proprio recentemente ha dato alle stampe un nuovo disco dopo anni di silenzio, qui utilizzato, con ottimi risultati come armonicista e Kirk Fletcher, altro veterano del blues, alla seconda chitarra.
Il risultato è un bijou, disponibile in doppio CD o doppio DVD e Blu-Ray (con vari contenuti extra, tra cui un breve documentario sul viaggio di Kevin e Joe al famoso Crossroads, il dietro le quinte del concerto e materiale d’archivio dedicato a Muddy e al Wolf): secondo me il disco meriterebbe almeno 4 stellette, ma visto che ci sono ancora gli scettici che considerano Bonamassa un volgare caciarone dal suono pesante e violento, gli consiglierei di ascoltarsi questo disco o video dal vivo e ricredersi. Si tratta veramente di una serata blues con i fiocchi e controfiocchi: fin dall’introduzione atmosferica dello strumentale We Went Down To The Mississippi Delta, all’ultima nota dei credits che scorrono sulla finale Muddy Wolf, Bonamassa e soci dimostrano come si suona O’blues. La prima parte del concerto è dedicata al repertorio di McKinley Morganfield, in arte Muddy Waters, ed ecco così scorrere, preceduta dalla versione originale, Tiger In Your Tank, un inizio da brividi, per un brano che molti non considerano uno dei super classici, ma che è perfetto con il suo mood swingante per aprire le operazioni, con Joe che comincia a regalarci il primo dei suoi soli, che saranno numerosi e sempre molto variati, con un perfetto uso della solista, misurata, cristallina e perfetta come in rare precedenti occasioni mi è capitato di ascoltare, sempre misurato ma in grado di regalare le sue proverbiali zampate. Da I Can’t Be Satisfied, dove da perfetto band leader comincia a chiamare gli assolo dei suoi musicisti, il primo, Mike Henderson all’armonica e poi il suo, inserito alla perfezione nel contesto di uno dei cavalli di battaglia di Waters. Ma è con You Shook Me che le cose cominciano a farsi serie, Wynans passa al piano, Bonamassa canta sempre benissimo e comincia a scaldare la sua chitarra, per quello che sarà uno degli interventi solisti più belli della serata, con un fiume lungo e torrenziale di note che inizia a scorrere con grande intensità, sembra di ascoltare il suo idolo Eric Clapton in serata di grazia, grande musica. Che non si ferma neppure con Stuff You Gotta Watch, altro swing-blues dove fiati ed interventi misurati di Henderson, Wynans, Fletcher e un ingrifato Bonamassa ci riportano alle origini del blues, prima di tramortirci di nuovo con una versione micidiale di Double Trouble, brano che spesso viene accostato anche alla figura di Otis Rush, ma pure a Clapton che ne ha spesso rilasciato delle versioni da manuale, e qui Joe, di nuovo baciato dall’ispirazione dimostra di nuovo perché è veramente un grande chitarrista, in uno degli altri momenti topici della serata.
Real Love raffredda brevemente gli animi (si fa per dire perché è comunque una gran canzone) ma è un attimo, perché Bonamassa dimostra di essere anche un grande chitarrista slide e indossato il bottleneck ci regala una versione devastante di My Home Is On The Delta, Chicago Blues allo stato puro, per concludere la prima parte della serata con il train time inarrestabile di All Aboard, tra sferzate di chitarra ed armonica. Lo show riprende, preceduto da un breve talking di Howlin’ Wolf che ci spiega cosa è il blues, e si riparte proprio con un super classico come How Many Years, con tutta la band in gran spolvero e poi si susseguono i ritmi sincopati della immancabile Shake For Me, con retrotoni quasi R&B, la scatenata Hidden Charms in odore di boogie e R&R, prima dell’immortale riff di Spoonful, condita da un altro assolo di chitarra di quelli da sentire per credere, otto minuti di pura magia sonora, che rievocano le migliori serate dei Cream, perché siamo su quei livelli, seguita da un altro dei brani più conosciuti della storia, una pimpante e ricca di ritmo Killing Floor che confluisce in un’altra intensa punta della serata, di nuovo il “lupo” più cattivo, ecco il momento del Diavolo, Evil (is going on), uno slow blues dove c’è spazio anche per l’armonica di Henderson, il solito inarrestabile fiume di note di Bonamassa, ispiratissimo ancora una volta, che entusiasma il pubblico, prima di lanciare l’ultimo brano della seconda parte, All Night Boogie (All Night Long), che finisce in gloria la serata con tutto il gruppo al proscenio, musicisti di classe e sostanza come raramente è dato ascoltare in un concerto blues in questi anni moderni.
La serata non è finita e Joe ritorna per presentare alcuni dei suoi classici, dove potrà dare luogo anche a qualche escursione con il suo pedale wah-wah, raramente innestato nel corso della serata di blues elettrico, ma ora è tempo di rock-blues, e così arrivano, l’omaggio a Jimi di Hey Baby (New Rising Sun), Oh Beautiful e Love Ain’t A Love Song, che allora erano nuove per il pubblico presente, una tiratissima Sloe Gin ed un’epica Ballad Of Joe Henry, tra le due quasi venti minuti di rock-blues feroce e selvaggio che illustrano anche il lato più heavy della musica del nostro amico. Titoli di coda, fine: uno dei migliori album dal vivo di questi anni, dovrebbe bastare!

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