Foto: Lino Brunetti

In Concert

Kamasi Washington live a Milano, 11/11/2015

Nel variegato mondo della musica afroamericana, il nome caldo dell’anno è senza ombra di dubbio quello di Kamasi Washington. Trenquattrenne, losangeleno, Kamasi ha infatti pubblicato quest’anno un disco – The Epic, su Brainfeeder – che può ben dirsi uno dei migliori e più vitali dischi di jazz degli ultimi anni. Attraverso le sue quasi tre ore di musica, viene infatti tratteggiato un miracoloso affresco sonoro, profondamente intinto nell’orgoglio afroamericano, coi piedi affondati nella tradizione, eppure anche capace di proiettarsi verso un futuro luminoso e di allungare il proprio linguaggio verso lidi non solo strettamente jazzistici.

Fino ad oggi, Washington aveva lavorato con nomi del calibro di Wayne Shorter, Herbie Hancock, Lauryn Hill, Snoop Dogg, Flying Lotus, Kendrick Lamar (nomi che già ci indicano il suo stare tra mondi diversi fra loro), aveva pubblicato un paio di oscurissimi dischi autoprodotti ed era stato membro degli Young Jazz Giant, quand’era ancora poco più che ventenne. The Epic è facilmente considerabile come il suo vero esordio quindi, nonché un disco che lo ha immediatamente lanciato nel firmamento delle nuove star della musica nera.

Delle sue tre date italiane abbiamo assistito a quella svoltasi al Tunnel di Milano, stipatissimo di gente, per un sold out facilmente prevedibile. A dir poco stellare la band: con Kamasi (al sax tenore) c’erano Miles Mosley al contrabbasso, Ronald Bruner Jr. e Tony Austin alle batterie, Ryan Porter al trombone, Brandon Coleman a piano e Moog, Patrice Quinn alla voce e, in qualche pezzo, come special guest, è salito sul palco anche il padre Rickey Washington (al flauto e al sax).

Anche solo come colpo d’occhio, il primo nome che viene in mente è quello di Sun Ra e della sua Arkestra, la cui musica è certamente presente in quella di Kamasi, nel sound di pezzi lanciati verso le stelle o in una dimensione fulgidamente spirituale. Il grosso dei brani si sviluppa tramite la struttura classica tema/improvvisazioni/ritorno al tema. Nel suo sax rivivono gli spiriti di Coltrane e Pharaoah Sanders, qualcosa di Coleman, in qualche fraseggio anche lo spirito iconoclasta di Ayler, anche se di free strettamente inteso ce n’è davvero pochissimo qui dentro. Nell’assalto frontale portato avanti con tutta la band c’è piuttosto qualche deriva verso l’afro-beat funky di Fela Kuti, verso un Hendrix esplicitamente citato attraverso l’apparizione di Voodoo Child, verso una forma di soul-jazz cosmico ed orchestrale, elementi che vanno ad arricchire l’impalcatura classicamente jazz delle composizioni.

Di altissimo livello tutti i musicisti, da un Coleman grandioso sia al piano che quando imbraccia il Moog, ai due batteristi impegnati in una sfida continua (particolarmente portentoso, per potenza e fantasia ritmica, Bruner Jr.), passando per il virtuosismo di Mosley e per i sempre felici interventi sia di Porter che di Washington Senior (giusto la Quinn è parsa nella media, anche perché, a dire il vero, sembrava fuori come un balcone). Una bomba insomma, musica esaltante anche nei rari momenti in cui si è scivolati in un comunque divertente esibizionismo strumentale, capace inoltre di attirare un pubblico giovane verso sonorità solitamente lasciate ad un pubblico ben più âgée. Quasi due ore di show facilmente inseribili tra le cose migliori viste quest’anno. Buona per chi è riuscito a vederselo in una dimensione così intima, perché ho idea che dalla prossima volta Kamasi Washington lo ritroveremo in sale e contesti ben più grossi. Il consiglio, per il momento, è ovviamente quello di recuperavi The Epic e di perdervi nelle sue mastodontiche e favolose tre ore di musica.

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