Foto: Lino Brunetti

In Concert

Madrugada live a Milano, 5/5/2019

Si può dire che erano vent’anni che aspettavamo questa serata, da quando nei negozi arrivò il disco d’esordio di questa band norvegese apparentemente arrivata dal nulla. Potrei sbagliarmi, ma da che mi ricordi non erano mai venuti a suonare in Italia i Madrugada, nonostante il buon successo riscontrato dalle nostre parti, impennatosi con il secondo disco The Nightly Disease e rimasto tutto sommato costante fino al loro scioglimento, avvenuto nel 2008 a seguito della scomparsa di uno dei fondatori della band, il chitarrista Robert Burås. Dopo cinque album la band non se la sentì di continuare senza di lui e, di fatto, solo il cantante Sivert Høyem rimase nel mondo della musica come protagonista di una carriera solista non di secondo piano. Giunto il ventennale dall’uscita del primo disco la tentazione si è però fatta troppo forte e la voglia di rimettersi in pista l’ha avuta vinta. Richiamati i due membri originali superstiti, il bassista Frode Jacobsen e il batterista Jon Lauvland Pettersen (che dai Madrugada se n’era andato fin dal 2002) e chiamati Cato “Salsa” Thomassen e Christer Knutsen a sostituire Burås alla chitarra (il secondo anche alle tastiere e all’armonica), Høyem ha così rimesso in piedi la band e si sono messi on the road per far riaccendere la magia.

A giudicare da quello che s’è visto e sentito qui in Santeria a Milano, la cosa gli è venuta particolarmente bene, visto che la serata è stata di quelle che sarà difficile dimenticare. Non è stata una faccenda di sola nostalgia – cosa che in casi come questo è giustificamente sempre in agguato – né del fatto che ormai questo tipo di rock classico nella scrittura, rotondo e chitarristico sta diventando sempre più raro e apparentemente demodé, quanto piuttosto la concomitanza di due fattori parimenti importanti: le canzoni dei Madrugada avevano e hanno una forza immaginifica di notevole portata, che nulla hanno perso col passare degli anni, oggi resa ulteriormente fulgida da una chimica tra i membri della formazione che non pare minimamente intaccata da uno stop decennale; nel loro sound il blues, l’oscurità caveiana, un’idea romantica e passionale di ballata rock si palesano attraverso un sound capace di affondare a piene mani tra le radici della nostra musica, eppure di suonare a modo suo sempre molto personale. 

Tutta la prima parte dello show è dedicata alle canzoni del debutto Industrial Silence, suonato nella sua interezza anche se non con i brani in sequenza come apparivano sull’album. La voce di Høyem è rimasta scura e profonda, perfetta nel tratteggiare le melodie noir di cui i Madrugada sono sempre stati maestri. La band sotto pulsa al ritmo di blues notturni e fumosi, resi conturbanti dalle chitarre che possono diventare fumiganti, così come perdersi tra le allucinazioni desertiche evocate da un tremolante effetto twang  o da un bottleneck che scivola sulle corde. Sfilano così pezzi come Vocal, Belladonna, Higher o Sirens. Con la bella This Old House Høyem imbraccia una chitarra acustica (cosa che farà in un altro paio di momenti più avanti), ma è con una Strange Colour Blue che strazia l’anima e sorprende, anche perché, nel bel mezzo, mentre illumina il pubblico con un faro che tiene in mano, c’infila una livida State Trooper  di Springsteen che perfettamente si amalgama al tono torbido della canzone.

Inutile dire che uno dei momenti cardine è stata l’esecuzione di Electric, il brano di svolta della loro carriera, non solo perché gli diede subito fama, ma anche, come ci ha ricordato lo stesso cantante dal palco, perché fu la prima canzone che gli fece capire le loro potenzialità, fino a quel momento espresse solo attraverso un sacco di shit songs. Electric, quando la scrissero, la suonarono per tutta la notte in un vecchio magazzino che si affacciava sulle luci di Oslo e che oggi non esiste più, e ancora la suonano oggi ravvivando la fiamma di quel potere taumaturgico che il grande rock sempre ha.

L’encore è tutto dedicato all’abbraccio col pubblico e con vecchi amici presenti in sala, con altri sette brani pescati dal resto del loro repertorio, da Black Mambo e Only When You’re Gone tratte dal bellissimo secondo disco The Nightly Disease, fino a pezzi degli altri album, soprattutto dall’omonimo lavoro d’addio, rappresentato da Honey Bee, What’s On Your Mind? e da una Valley Of Deception a cui è spettato il compito di chiudere oltre due ore di grandissima musica. Chissà se ora ci sarà anche un seguito discografico a questo tour… In ogni caso: bentornati!

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