Foto © John Edward Mason

In Concert

Meredith Monk live a Milano, 18/2/2023

Metto subito le mani avanti e confesso che, nonostante quello dell’avanguardia sia un mondo musicale che mi piace e sia pur in maniera disordinata segua, non posso certo dirmi un esperto e probabilmente non ho neppure gli strumenti necessari per una disamina completa ed esauriente delle cose che lì si collocano. Nonostante questo, qualche riga alla performance di Meredith Monk alla Triennale di Milano dello scorso 18 febbraio, come parte della rassegna FOG, gliela voglio proprio dedicare.

Intanto perché sono un fan delle opere della grande compositrice, cantante, regista, coreografa e filmaker newyorkese, che fino a oggi, nonostante alcuni passaggi dalle nostre parti negli anni, mai ero riuscito a intercettare. E poi perché, in occasione dei suoi 80 anni da poco compiuti, una buona parte della sua discografia, quella uscita su ECM, proprio dall’etichetta di Manfred Eicher è stata ristampata in un consigliatissimo boxset di 13 CD più libro (The Recordings), che hanno nuovamente fatto puntare i riflettori su un’artista unica e importantissima, che forse non ha pubblicato tantissimo in oltre 50 anni di carriera, anche perché spesso impegnata in spettacoli teatrali e opere multidisciplinari.

Un’artista che è comunque tutt’ora attivissima, visto che si attende la premiere internazionale della sua nuova opera per giugno, all’Hollande Festival di Amsterdam, dopo che era già stata messa in scena una prima volta nel novembre del 2021 al California’s Mills College di Oakland. Indra’s Net è la terza parte di una trilogia composta anche da On Behalf Of Nature del 2013 (l’unica pubblicata su disco) e da Cellular Songs del 2018, ed è la prova del fatto che Meredith Monk si prende tutto il tempo necessario per mettere a punto le sue creazioni.

Lo spettacolo messo in scena in Triennale, però, poco o nulla aveva a che fare con tutto ciò, essendo invece una carrellata tra composizioni provenienti da diversi periodi della sua carriera, tutte però fortemente basate sulla sperimentazione vocale (il focus principale della sua ricerca) e servite in versioni minimali e musicalmente spoglie.

In qualche modo, mi è parso soprattutto il modo da lei scelto per tornare a calcare il palco con collaboratrici di vecchia data come la cantante Katie Geissinger e la cantante, tastierista e violinista Allison Sniffin, le uniche artiste ad accompagnarla qui sul palco.

C’è stato un momento in particolare, al termine di una Click Song #1 eseguita per sole voci da lei e da Geissinger, nella quale Monk è scoppiata letteralmente a ridere, sottolineando la gioia che ancora oggi prova nell’unire la sua voce a quella degli altri (in questo caso a quella di una cantante notevole quale Katie è).

Si capisce perché a volte Meredith Monk venga definita l’eterna ragazza: perché quello è ancora oggi, anche a più di 80 anni d’età. E se la voce non è forse più quella di un tempo e i movimenti un po’ meno fluidi – ma intendiamoci, auspicabilissimo arrivare a quest’età così in forma – intatta è la curiosità, la giocosità e l’intelligenza di un’idea di musica forte e coerente, incredibilmente umana, nei temi e nel modo d’esporla.

Non tutti i passaggi forse sono stati godibili allo stesso modo, qualche momento un filo più ostico magari c’è stato, ma alla fine dei 75 minuti di spettacolo, chiusi da quella che è una vera e propria canzone, Happy Woman, con un testo fantastico nella sua semplicità (Oh, sono una donna/ Felice/ Affamata/ Tenera/ Pensante/ Sfacciata/ Paziente/ Ladra/ Addolorata/ Traballante/ Fortunata/ Bisognosa/ Avida/ Tranquilla/ Arrabbiata/ Onesta/ Sdraiata/ Morente/ Stanca/ Imprudente/ Schifosa/ Felice) l’applauso è stato fragoroso e convinto e l’emozione, devo confessarlo, forte.

A Meredith Monk tocca tornare due volte sul palco e quando canta, nel primo dei due bis, la splendida The Tale (in italiano, dal mitico Dolmen Music), sembra davvero ancora una ragazzina, dispettosa e irresistibile, piena di una vitalità toccante e gioiosa. Grandissima, insomma.

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