Foto: Lino Brunetti

In Concert

Neneh Cherry live a Milano, 27/2/2019

Giovanissima nei Rip, Rig & Panic, autrice di un pugno di album solisti di notevole successo tra la fine degli anni 80 e la metà dei 90 circa, Neneh Cherry è in seguito, per una decina buona di anni, uscita dai riflettori del music business, sostanzialmente per dedicarsi alla famiglia. Si, ci sono stati i due (misconosciuti) dischi a nome CirKus, realizzati col marito Burt Ford nel 2006 e nel 2008, ma il suo nome ha ricominciato a essere pronunciato tra gli appassionati solo in tempi più recenti, prima per uno straordinario, ancorché di nicchia, album coi The Thing di Mats Gustafsson, poi per due nuovi album finalmente col suo nome in copertina, il capolavoro Blank Project del 2014 e, l’ultimo, ottimo Broken Politics dell’anno scorso.

È proprio per presentare quest’ultimo che la cantante svedese, figlia adottiva del trombettista Don Cherry, arriva in Italia, per un unica data al Magnolia, alle porte di Milano, in una straordinariamente calda giornata di un fine febbraio che profuma addirittura di primavera. All’inizio la sala non è pienissima, ma mentre sul palco Charlotte Adigéry intrattiene col suo soul-pop elettronico, il pubblico arriva, sia pur stando purtroppo sotto le aspettative. A mancare paiono essere soprattutto le nuove generazioni, perché così a colpo d’occhio sono più le teste incanutite che altro. Chi non c’era, sappia però che ha fatto malissimo, perché si è trattato davvero di un concerto emozionantissimo.

Neneh Cherry, 55 anni portati splendidamente, sale sul palco e con un sorriso saluta semplicemente con un “Ciao Italia, buonasera”. Sul palco, oltre a lei, ci sono ben cinque musicisti che si alterneranno a ben due postazioni di percussioni, all’arpa, al basso, alle tastiere, alla chitarra, ai synth, al violino, al vibrafono, ai campionamenti e agli electronics. Il sound è assolutamente fantastico, capace di muoversi su molti registri della musica black (dub, soul, jazz, hip hop, trip hop), mescolati ad una raffinatezza impagabile, che a tratti porta il tutto in territori completamente altri, più eterei, da avanguardia pop.

Quello che mette assieme è insomma un melting pot sonoro d’incredibile forza, che lei serve con una voce che è rimasta intatta, con un carisma naturale, con un energia che in mezzo secondo ti fanno subito innamorare di lei. La scaletta è quasi interamente costruita sull’ultimo album, dove appaiono punte di diamante come l’ipnotica Kong, trip hop a là Massive Attack, non a caso scritta con Robert Del Naja, pezzi dall’intarsio malinconico come Fallen Leaves o Shot Gun Shack o iper groovati come la contagiosa Soldier. Pochissime le deviazioni: una devastante e potentissima Blank Project, momento dello show quasi urticante e il tuffo nel passato eighties con Manchild e Buffalo Stance.

Neneh canta, balla, interloquisce col pubblico, fa una presentazione a Black Monday che è una dichiarazione politica di consapevolezza, un inneggiare alla vita in piena libertà, in termini di diritti e di scelte ideologiche, sessuali. 

Bellissimo show insomma, col solo difetto di non essere stato molto lungo (un’ora e venti circa) e della mancanza di una 7 Seconds che, a giudicare dalle scalette pubblicate sul sito setlist.fm, ha suonato dappertutto tranne qui.

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