Foto: Lino Brunetti

In Concert

Nubya Garcia, Archie Shepp e Ghostpoet live al JazzMI, 8 e 9/11/2019

È solo alla quarta edizione, ma sempre più il JazzMI di Milano si sta rivelando un festival amatissimo e, soprattutto, decisamente partecipato. Lo dicono i numeri: quest’anno la manifestazione ha radunato un cast di 500 artisti, ha proposto eventi di tutti i tipi (di cui quasi un centinaio completamente gratuiti), marcando diversi sold out e raggiungendo la più che invidiabile cifra di oltre 50.000 spettatori, riportando quindi il jazz, una musica a lungo relegata al circuito dei cultori, tra le musiche popolari, interessanti e godibili per un pubblico ampio e diversificato. Merito di un cartellone allestito con passione e lungimiranza, di una visione del jazz ampia e capace di oltrepassarne i confini, non mancando quindi di prendere in considerazione le varie contaminazioni e mutazioni che il genere negli ultimi anni sta subendo, ma accontentando anche gli appassionati del suono più classico, proponendo le esibizioni di nomi storici quali, ad esempio, Herbie Hancock, Kenny Barron o John McLaughlin.

Noi del Busca, in un periodo comunque segnato anche da numerosi altri appuntamenti live – cosa che conferma la vivacità di Milano nel campo della musica dal vivo, ormai da tempo allo stesso livello di molte città europee – abbiamo cercato di fare una panoramica delle varie anime del JazzMI, presenziando ai concerti di TaxiWars (band di confine appetibile anche per un pubblico rock, della quale vi abbiamo già dato conto), Nubya Garcia (esponente della new wave jazz britannica), Archie Shepp (un grande maestro, un nome storico della musica afroamericana) e Ghostpoet (probabilmente il meno apparentabile a un’idea classica di jazz, ma un artista di grande spessore per via del personale approccio alla musica black).

Nubya Garcia è uno dei nomi caldi della nuova scena britannica, quella che ci ha già regalato diversi artisti in grado d’innervare con nuova energia e nuove eccitanti contaminazioni il tessuto della musica jazz. Il JazzMi ha storicamente dimostrato sempre un certo interesse nei confronti di cosa accade nel Regno Unito, essendo stato tra i primi a diffondere la musica di un grandissimo quale Shabaka Hutchings (passato da qui sia con i Sons Of Kemet che con gli Ancestors), ma proponendo anche altri act, vedi Binker & Moses o, proprio quest’anno, i Kokoroko, giusto per fare qualche nome. La giovane Nubya Garcia, sassofonista con un album e un EP alle spalle, ma anche parte del collettivo Nerija, con un disco appena pubblicato e prossimamente dal vivo in Italia, si è presentata sul palco del teatro della Triennale in quartetto e ha presentato vari brani del suo repertorio. Il suo sound è apparso un mix di classicità e di spinta in avanti. Rispetto a uno come Hutchings la sua proposta è apparsa, quantomeno in questa occasione, più rispettosa della tradizione jazz, con i fraseggi del suo sax tenore lirici e melodici, poco propensi ad avventurarsi in soluzioni particolarmente ardite. Stellare la band alle sue spalle, in particolare la tastierista, capace di immettere suggestioni cosmiche attraverso i suoi assolo al piano elettrico, ma pure la sezione ritmica, con un batterista poliritmico che, coadiuvato dal contrabbassista, ha colorato con infiltrazioni dub, afro e funk il magma sonoro da tutti messi in campo. Quello che ne è venuto fuori è il ritratto di una musicista assai capace, evidentemente grande conoscitrice della storia della musica afroamericana, ma con una potenzialità forse ancora in embrione, che potrebbe portarla a diventare una delle voci autenticamente importanti del jazz del futuro. Al momento ha dato l’impressione di non avere voluto osare più di tanto, ma l’energia della sua musica la si è colta eccome.

La sera dopo, mannaggia a loro, il JazzMI proponeva ben tre appuntamenti imperdibili. Nella bella sala Verdi del Conservatorio c’èra il grande maestro Archie Shepp, alla Triennale l’ottima Melanie De Biasio, in Santeria l’inglese Ghostpoet. Di quest’ultimo vi racconterà più avanti Luca Salmini, mentre il sottoscritto, in dubbio fino all’ultimo, ha ceduto al proprio cuore e ha optato per il primo, l’autore di alcuni dei più grandi dischi jazz della storia, a partire da quel capolavoro free che è Mama Too Tight (per quello che può contare, uno dei miei dischi favoriti in assoluto). La formazione con cui questa leggenda della musica afroamericana si è presentato sul palco è la stessa con cui sta girando da diversi anni: al piano Carl Henri Morriset, al contrabbasso Matyas Szandai e, last but not least, alla batteria lo storico Steve McCraven, non solo partner di Shepp da lunghissimo tempo, ma anche padre di quel Makaya McCraven che, a proposito di nuove leve, è un nome che negli ultimi tempi ha parecchio fatto parlare di sé. Chi si apettava del free probabilmente sarà rimasto deluso, non se ne è vista neppure l’ombra. Al contrario Shepp ha optato per un repertorio classicissimo, fondamentalmente orientato a blues e ballate. Nonostante le ottantadue primavere, il vecchio sassofonista ha dimostrato di avere ancora una voce forte e salda, non solo soffiando nel suo sax tenore, ma anche cantando in numerosissimi brani, a volte con vellutata e profonda voce da crooner, altre mettendo in mostra un ruggito potente quasi inaspettabile. Per me, che, lo ammetto, di Shepp conosco giusto alcuni dei dischi degli anni 60, è stata una discreta sorpresa trovarlo in questa veste pacificata e priva di spigoli. La classe del personaggio, l’eleganza della musica e la bravura di tutti i musicisti coinvolti, oltre che la funambolica simpatia di McCraven, hanno comunque reso la serata un appuntamento piacevolissimo, decisamente imperdibile per tutti gli appassionati di jazz. (Lino Brunetti)

Anche considerando la straordinaria varietà di proposte del festival JazzMI, Ghostpoet è una voce fuori dal coro, perchè a parte il fluido ritmo bebop con cui scandisce rime hip hop e versi da black poetry, non c’è nulla nella musica del cantautore inglese che possa anche lontanamente ricordare il jazz. Per questo si è scelta una location come la Santeria di via Toscana 31, un locale alla moda che ha un’aria meno aulica del conservatorio dove in contemporanea si esibisce Archie Shepp o del teatro della Triennale dove è di scena Melanie De Biasio, ma che con luci soffuse e nuvole di fumo sintetico, riesce ad evocare l’atmosfera di quei club underground di Londra in cui Obaro Ejimiwe in arte Ghostpoet dovrebbe sentirsi a proprio agio. Del resto è proprio dalla scena underground londinese, in cui si muovono anche i fantastici The Comet Is Coming o la giovane sassofonista Nubya Garcia (anch’essa, come ci ha raccontato Lino Brunetti, ospite della rassegna), che proviene Ghostpoet, giovane artista di origini africane, con all’attivo già quattro dischi di cui l’ultimo Dark Days + Canapés del 2017 rimane ancora sulla cresta dell’onda, con un suono scuro e apocalittico che mette insieme il gelo dei Joy Division, le visioni dei My Bloody Valentine, il dubstep di Burial e l’impegno di Gil Scott Heron e che per il momento costituisce ancora la spina dorsale del concerto dello scorso 9 novembre a Milano. Rispetto agli arrangiamenti raffinati del disco, la performance ha un impatto più fisico e crudo, con Obaro che si muove sul palco con l’agilità e il vigore di un peso medio sul ring, mentre la band da vita a un corrusco maelstrom elettrico in cui balenano translucide lame di chitarra, tappeti di tastiere, cardiache pulsazioni di basso e tamburi in controtempo. Nel corso di uno show che si apre con la gotica ambient della notturna e bellissima Many Moods Of Midnight e si chiude con Off Peak Dreams, i Ghostpoet alternano dissonanti sfuriate elettriche come Better Not Butter, la selvaggia Sloth Trot, Freakshow o Live>Leave, malsani blues come X Marks The Spot e la grandiosa Immigrant Boogie e ballate d’atmosfera come la nervosa Woe Is Meee, l’inquietante Blind As A Bat, Trouble + Me o l’affascinante Shedding Skin. Nonostante i suoni non siano del tutto perfetti, almeno non a bordo palco, Obaro canta di inquietudini, malessere e disagio con un profondo baritono che attraversa basse sfumature soul e acuti da shouter, dimostrando un carisma e una presenza scenica che in qualche modo fanno la differenza e a tratti ricordano l’impatto sonoro e le contaminazioni degli americani Algiers. In un calendario estremamente ricco come quello di JazzMi, il concerto di Ghostpoet è stato probabilmente il momento più eccitante della rassegna, destinato forse alle più giovani generazioni che alla musica chiedono emozioni ma anche qualche brivido. (Luca Salmini)

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