Foto: Lino Brunetti

In Concert

Om live a Milano, 8/8/2019

Dopo la scorpacciata di concerti di giugno e luglio, la programmazione concertistica milanese ad agosto come sempre rallenta, anche se questo non vuol dire che non ci sia proprio nulla da vedere, pur in una città come d’abitudine parzialmente svuotata per andare verso lidi vacanzieri consoni al periodo. A dare una mano agli appassionati, ad esempio, ci hanno pensato i ragazzi di Hard Staff, i quali non solo hanno chiamato al Magnolia a suonare gli Om, a ben sette anni dall’ultima volta, ma nella stessa venue faranno passare nei prossimi giorni anche Flipper e Eye Hate God.

Prima della band di Al Cisneros e Emil Amos, a salire sul palco è The Bug, alias elettronico di quel Kevin Martin che fin dai primi anni 90 abbiamo visto protagonista in progetti quali GOD, Techno Animal, Ice, Curse Of The Golden Vampire, King Midas Sound, a fianco di personaggi quali John Zorn, Justin Broadrick, Blixa Bargeld, Dylan Carlson (quest’ultimo in quel bellissimo disco intestato a The Bug vs Earth). Quello presentato non è stato però un concerto vero e proprio, bensì un Dj set denominato Black Wax Attack Dub Session, un lungo flusso di profonde scansioni dub, taglienti fasci di distorsione industriale, clangori metallici da trip hop allucinato e tempi in levare da spiagge giamaicane da incubo. Straniante in qualche passaggio eccessivamente repentino, ma nell’insieme fascinoso.

Il pubblico, nonostante il periodo parecchio numeroso per fortuna, era però lì soprattutto per gli Om, ovviamente. Anche discograficamente la band è ferma a quell’Advaitic Songs di sette anni fa. Certo, per Cisneros nel mezzo c’è stato il ritorno on stage e in studio degli Sleep (tra l’altro tra poco anche loro di ritorno sui nostri palchi), mentre Amos ha portato avanti il suo progetto Holy Sons, ma i due non sono certo tipi che si fanno prendere dall’ansia di dover produrre a tutti i costi. 

Ad accompagnarli stavolta non c’è più Robert Aiki Aubrey Lowe come nello scorso tour, bensì Tyler Trotter dei Watter, impegnato a tastiere, mellotron, qualche percussione e sporadicamente alla chitarra. I suoi interventi servono a colorare e arricchire le trame asciutte e scheletriche messe in piedi dagli altri due, fornendo un supporto discreto, ma nello stesso tempo fondamentale nel rendere ammalianti ed evocativi molti passaggi strumentali. Quella degli Om è infatti musica ascetica e spirituale, un magmatico fluire di ipnotiche linee di basso intersecate al funambolico battere su piatti e tamburi da parte di Emil Amos. Se il drumming potente, preciso e riconoscibilissimo del bravissimo batterista è un elemento fondamentale nella musica degli Om, la sua essenza rimane comunque nei fraseggi architettati dal barbuto e capelluto bassista, liquide esplorazioni sciamaniche capaci di indurre una sorta di trance mistica, di indicare una via ancestrale per comunicare con gli dei. In questo senso, è utile notare che quando appare la voce, questa è come una nenia mormorante, una preghiera detta fra i denti, un’invocazione capace di far perdere il confine tra tempo e spazio. Per questo (soprattutto) ne avremmo voluto un po’ di più dell’ora e dieci (senza bis) in cui sostanzialmente si sono dedicati a far rivivere i pezzi degli ultimi due album, sicuramente i più mistici del loro repertorio, per perderci definitivamente nel loro mondo cosmico e trascendente. Anche così, comunque, bravi sul serio.

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