Foto: Lino Brunetti

In Concert

Pere Ubu live a Milano, 13/9/2018

Ci sono momenti, che oserei definire unici, in cui ci si ritrova sorpresi, esaltati, felici, arrabbiati, sereni, tormentati da un’infinità di  domande (destinate a rimanere inevase), convinti forse di essere tra gli eletti, sicuri invece di essere tra i reietti, sporchi fuori e neri dentro, convinti comunque di avere (ancora una volta!) visto la luce, sicuri che il rock è musica istintiva, selvaggia, ma altrettanto sicuri che occorra dedizione, cura, passione per suonarla, contenti di ricevere pugni (sonori) in faccia, sicuri che il rock è sporco, “industrial”, caotico, distorto, sorpresi poi quando diventa poesia, arte. Ebbene, questi sono solo alcuni dei sentimenti che prova uno spettatore ad un concerto dei Pere Ubu, si è sicuri di star partecipando ad un rito “sacro e dissacrante” al tempo stesso, con un unico “sorcerer” celebrante, non riti “voodoo”, ma riti metropolitani, notturni, “politically uncorrect”, certi di non trovare risposte, ma di aprirsi su mondi che definire dark sarebbe riduttivo. Lo stregone è lì, seduto sulla sedia, con un bastone tra le mani, senza avere  paura di mostrare i suoi limiti fisici, perché lui sa di avere il potere di ammaliare, con il suo canto, i suoi silenzi, i suoi borbottii, i suoi ululati alla Howlin’ Wolf, il suo blues profondo, ansimante, la ferocia del suo rock che affonda le radici nei sixties più lontani, tra le pareti sporche di una fabbrica dismessa ed inquinante, nell’urlo del punk e di ciò che è venuto dopo.

Ecco lui è David Thomas, la mente più eccelsamente perversa del rock americano, che trascina le sue membra stanche ma inesauste per il mondo: lui, e lo dice apertamente, non ha le risposte universali per salvare l’umanità o il mondo, biasima gente come Sting o Bono lui, lui che non fa nemmeno la raccolta differenziata, lui che non vuole essere preso ad esempio. Eppure forse lui è davvero l’erede più credibile del rock metropolitano, delle periferie abbandonate, dei rumori assordanti dei magli delle fonderie, dei fumi inquinanti del carbone delle acciaierie. Non ha risposte ma il suo sguardo torvo lancia lampi  di intelligenza, intuisci che forse lui ha trovato la soluzione, ma non te la vuole dire, devi essere tu a trovarla, nella tua vita, magari questa sera, proprio in questa Milano, così simile alla sua Cleveland, nella periferia della circonvallazione esterna, dove un manipolo di suoi adepti è steso ai suoi piedi, in adorazione esasperata di un uomo che NON vuole ne’ essere adorato, né diventare un mito; i suoi schiavi si lasciano frustare dalle sue parole e incuranti continueranno ad aspettare il suo prossimo Verbo, nel frattempo si rotoleranno nel fango, gridando a squarciagola: Pere Ubu!. (Andrea Trevaini)

Attorno a Thomas, un manipolo di musicisti straordinari, a partire dal bassista Tony Maimone, membro storico della formazione e recentemente rientrato nei ranghi, il cui strumento è spesso ossatura portante e motore di tutta la macchina sonora. Gli dà una mano il drumming potentissimo, ma fantasioso, raffinato e preciso di un impressionante Steve Mehlman. A garantire un suono di una contemporaneità atemporale ci pensano poi gli altri strumentisti, dalle staffilate chitarristiche di Gary Siperko, al theremin e agli accrocchi elettronici di Robert Wheeler, fino al clarinetto di Darryl Boon.

I pezzi proposti saltellano in un repertorio che ha preso forma ormai in oltre quarant’anni di carriera, rivelando una creatività che, sia pur tra naturali alti e bassi, non ha mai realmente perso smalto, tanto che anche i pezzi tratti dall’ultimo, ottimo 20 Years In A Montana Missile Silo hanno esaltato come poche volte capita. Da quest’ultimo, ad esempio, straordinaria Howl, pezzo blues e cavernoso, con Thomas straordinario alla voce e la band evocativa al punto giusto. Sarebbero da citare tutti i pezzi proposti, ma è impossibile non fare menzione almeno degli estratti da quel capolavoro che fu il loro esordio, Modern Dance, dal quale qui hanno estrapolato versioni devastanti di Over My HeadStreet Waves Laughing. Tra martellamenti post punk venati di funk come Monkey Biz, improvvise ballate non prive di un gusto melodico come We Have The Technology e una sequenza che avrebbe piallato i dubbi di chiunque con Red EyeBus Station, Goodnight Irene, Love Love Love e Toe To Toe, si arriva al finto encore, nel senso che si guardano bene dallo scendere dal palco e tornare su con finti salamelecchi (Io non vi amo, non so nemmeno chi siate, scherza Thomas con il suo solito pungente umorismo), dove invece ci prendono definitivamente a calci nei denti dapprima con una furiosa Kick Out The Jams (ovviamente MC5), poi con una Sonic Reducer ripescata dal repertorio dei Rocket From The Tombs (la band pre Pere Ubu), infine con una Final Solution introdotta dall’attacco di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. Come ho sentito dire da un noto frequentatore di concerti milanesi nel pubblico: questo è una di quelle serate in cui le altre band dovrebbero venire a lezione. Parole sante, accidenti, parole sante!! (Lino Brunetti)

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