foto: Cristina De Maria

In Concert

Savages live a Ferrara, 31/07/2015

Ma le Savages sono belle? Le Savages sono sexy? Mentre la stampa, talvolta (purtroppo) anche quella non generalista, e forse una fetta abbastanza rilevante di pubblico si distraggono con questi brucianti interrogativi, di fatto confermando l’odioso adagio per il quale una donna appena avvenente deve sempre dimostrare di avere un cervello (per essere valutata in senso artistico anziché ormonale), il quartetto franco-londinese esploso due anni fa grazie all’affilato post-punk dell’ottimo Silence Yourself – il loro primo album dopo qualche singolo e un EP – continua a tirare dritto sul solco tracciato dall’esordio.

Stile minimalista, vestiti neri, suoni compressi e taglienti, esecuzioni secche come una frustata. Si tratta d’altronde del loro credo, del loro modo di guardare alla musica in termini di efficienza e impatto, espresso anche pubblicamente (http://on.fb.me/1ITmqMu) e articolato attraverso una furiosa successione di pugnalate sonore dove ricorrono il punk-rock intellettuale delle Poison Girls, le cupe suggestioni di Siouxsie & The Banshees, gli stravolgimenti armonici degli Wire, le ritmiche sincopate e metalliche dei Gang Of Four. Se qualcosa si può rimproverare al gruppo, è semmai l’aderenza fin troppo rigida al dettato dei suddetti punti di riferimento, cui vanno senz’altro aggiunte le marziali e funeree declamazioni dei Joy Division (e, dal punto di vista iconografico, il desolato naturalismo delle pellicole di John Cassavetes, stra-citate in titoli, testi e immagini), tutte però intrecciate in un contesto giocato non sull’originalità ma sulla rabbia espressiva, su di un’energia nervosa senza eccezioni in grado di trasmettere tutte le cicatrici di una drammaturgia livida, tormentosa, allucinata. Certo, rispetto a quando la stessa Jehnny Beth (la cantante del gruppo, nonché l’unico elemento di origine francese in formazione) chiedeva agli spettatori di spegnere i cellulari per concentrarsi sull’esibizione qualcosa è cambiato, e ormai anche i suoi movimenti verso le transenne sono di rigore contornati da una ghirlanda infinita di portatili e display luminosi, ma questo riguarda più la dilagante superficialità del pubblico dei concerti che eventuali strizzatine d’occhio alle convenzioni (nei fatti inesistenti) delle Savages.

Ancorché sacrificate da volumi non all’altezza, pure nell’ultima data del festival Ferrara Sotto Le Stelle (introdotta dal pop-grunge senza infamia e senza lode dei sondriesi Giorgieness, guidati da una Giorgia D’Eraclea molto simile, negli isterismi vocali, a una parafrasi femminile di Edda) le musiciste non hanno concesso quasi nulla a cali di tensione o ammiccamenti, partendo anzi in quarta con i riff aggressivi di Shut Up e le dissonanze frastornanti di City’s Full, fino a raggiungere, dopo altri nove brani, l’apoteosi trascinante e febbrile di una supersonica Husbands e il gran finale di Fuckers, quasi dieci minuti di ipnotica ferocia industriale modellata sulle geometrie stentoree e sgraziate dei Fall di Mark E. Smith. Tredici canzoni in tutto (peccato non aver sentito Marshal Dear, forse la traccia migliore dell’album), un’ora di concerto, qualche composizione nuova (tra cui la lancinante Sad Person) e nessun bis, come da copione di chi ha da portare a termine una missione non potendosi perciò permettere ornamenti superflui o cambi di rotta dell’ultimo minuto: la batteria di Fay Milton è impressionante per rigore e iterazione ossessiva, sebbene un po’ penalizzata dalla dispersione istantanea del suono, e davanti a lei il basso di Ayse Hassan rinforza o addirittura genera il tiro di ciascun pezzo (è il suo strumento a spingere in orbita la frenesia rumorista di Hit Me), consentendo alla sei corde di Gemma Thompson una continua oscillazione tra melodia e distorsioni, tempeste hard (durante She Will sembra quasi di ascoltare le schitarrate di Billy Duffy nei Cult all’altezza di Love [1985]) e deragliamenti di feedback e note rallentate (di estrema incisività nella sinistra litania di I Am Here).

In rapporto a quanto assaggiato su disco, i pezzi non subiscono variazioni di particolare entità e il gruppo, nella dimensione all’aperto, si può presumere perda qualcosa rispetto alla concentrazione garantita dalle pareti di un locale al chiuso di medie dimensioni, eppure si ha l’impressione che coinvolgere il pubblico (tutto sommato statico nonostante l’evidente gradimento) sia per le Savages meno importante del gridare un’altra volta ancora la tenuta delle proprie angosce, il veleno della propria collera, il fragore delle proprie invenzioni sonore. L’esperimento, perché di ricognizione formale (attenta e studiatissima) si parla, riesce di nuovo: e l’insistito e talvolta monocorde ricorso del gruppo a tutti i cascami del post-punk s’infiamma in un’acuminata celebrazione del cuore, della mente, del corpo e delle loro dolorose passioni.

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