foto: Cristina De Maria

In Concert

The Cure live a Bologna, 29/10/2016

THE CURE
Unipol Arena
Bologna
29/10/2016

Ai Cure e alle loro lugubri atmosfere venate di pop – il simbolo forse più ecumenico e apprezzato di tutta la stagione oscura del post-punk anni ’80 – va dato atto di non aver mai riposato sugli allori, neanche quando, essendo diventati delle icone seguìte a prescindere, avrebbero potuto farlo senza problemi. Sebbene le atmosfere shoegaze di Wish – il loro ultimo capolavoro – risalgano ormai al 1992, sia l’eclettismo del contestato e in realtà non disprezzabile Wild Mood Swings (1996) sia le ballate funebri di Bloodflowers (2000), senza dimenticare la rinnovata aggressività dei sottovalutati The Cure (2004) e 4:13 Dream (2008), hanno testimoniato la visione, lo slancio e la curiosità di un gruppo abituato a esprimersi, sul fronte discografico, solo in presenza di qualcosa di nuovo da dire, e altrimenti pronto nel delegare la soddisfazione dei sempre numerosi estimatori di vecchia data alla costante attività dal vivo.

Assistere oggi a un loro concerto significa inoltre prendere atto di un’altra evidenza, e cioè di come i «classici», più o meno stagionati, siano diventati loro malgrado dei prodotti di consumo: raggiungere il complesso commerciale dove sorge l’Unipol Arena, infatti, vuol dire mescolarsi al traffico di chi, negli stessi minuti, frequenta Ikea, Carrefour o Leroy Merlin per fare la spesa e ottenere, al prezzo più conveniente, quanto occorre nelle rispettive case. I Cure, pochi metri più in là, offrono anche loro la soddisfazione di un bisogno, di una nostalgia o di una curiosità, a prezzi non esattamente popolari ma con estremo mestiere, riuscendo così a richiamare spettatori, anche giovani, che di quell’epopea conoscono il giusto, seguaci incalliti e presenzialisti obbligati a timbrare il cartellino dell’ennesimo evento.

Il risultato è un palazzetto pienissimo in ogni settore, una cattedrale non di residuati dark, come hanno scritto con poca fantasia e nessuna veridicità gli articolisti dei quotidiani (perché tra il pubblico, malgrado l’effettiva presenza di qualche mise gotica, stravincevano di gran lunga gli abiti ordinari delle grandi catene d’abbigliamento), ma di telefonini levati in aria per scattarsi un selfie o postare in tempo reale qualche segmento dello spettacolo, aperto con foga e credibilità da una mezz’ora degli scozzesi Twilight Sad. Non appena Robert Smith e soci guadagnano il palco, sulle note impressioniste di Plainsong, e si osservano le prime galoppate del bassista Simon Gallup (unico membro della formazione a spostarsi ovunque mentre i colleghi restano immobili o quasi), a spiccare è subito la maestria per nulla ammiccante di una band che, sapendo di dover concedere parecchio al formato jukebox della scaletta e ai ricordi degli spettatori, esegue il proprio compito ricorrendo a tutti i ferri dell’esperienza, concentrandosi sulla solidità e sull’efficacia del suono (apparso talvolta sin troppo monocorde, ma è un problema dovuto all’acustica sempre tremenda dell’Unipol Arena) anziché sulle concessioni spettacolari.

La chitarra di Reeves Gabrels e quella di Smith duellano con perizia, e senza strafare, sui brani più pop del programma, da una dolcissima Pictures Of You a una fiammeggiante In Between Days, dalla psichedelica If Only Tonight We Could Sleep alla sognante Charlotte Sometimes, in un continuo fluttuare di melodie eteree e ritornelli a presa immediata spezzato soltanto dalla sfuriata quasi punk di una potentissima alt.end. Il momento forse più memorabile della prima parte del concerto, al solito assai generoso nella durata (quasi tre ore) arriva con i sussulti delle tastiere di Roger O’Donnell, nel giorno del suo compleanno, sulla lunga e sontuosa epica della sorprendente From The Edge Of The Deep Green Sea, emozionante e inaspettata quanto il cupo attorcigliarsi su se stessa di Primary, recuperata addirittura dal lontano Faith (1981).

Se l’album più rappresentato risulta essere Disintegration (1989), al quale viene reso ottimo servizio grazie a una fragorosa Fascination Street, accompagnata dal sinistro magnetismo pop dell’immancabile Lullaby e dalla laconica amarezza di Prayers For Rain, durante il primo bis viene eseguito quasi per metà Seventeen Seconds (1980) e nel secondo si accendono i fuochi d’artificio delle più recenti Want e Never Enough, celestiale e assorta la prima, sferzante e rockinrollista la successiva. E a diventare protagonista del terzo bis è proprio l’anima più elettrica e accessibile dei Cure, esaltata dal pop’n’roll alla Xtc di Close To Me, dal folk-rock irresistibile di Friday, I’m In Love, dalla new-wave ballabile di Boys Don’t Cry, da una rocciosa The Caterpillar e infine dalle sensuali carezze di Why Can’t I Be You?

Trentandue canzoni, come gli anni di latitanza dei Cure dalla capitale emiliana, e un gruppo consapevole dello scorrere del tempo e dei suoi ricorsi; un palco tenuto con autorevolezza, energia e incisività, senza cadere nei luoghi comuni (nemmeno nei propri) e senza scivolare nel compiacimento. Conoscete forse un atteggiamento più onesto e «rock» di questo?

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