foto: Giuseppe Verrini

In Concert

The Pretty Things live a La Loggia del Leopardo (VB), 26/11/2016

The Pretty Things live a La Loggia del Leopardo
Vogogna, 26 novembre 2016

Quando li vedi salire sul palco della Loggia del Leopardo, un club in piena Val d’Ossola aperto a tutte le declinazioni del garage, ti viene da pensare che l’antica affermazione ho visto il futuro del rock n’roll sia finita in un ospizio per anziani. Perché la prima impressione che danno il cantante Phil May ed il chitarrista Dick Taylor, quest’ultimo l’originale bassista della straordinaria macchina da soldi che saranno i Rolling Stones, è quella di due vecchietti tirati fuori da qualche centro anziani e portati in gita in montagna.

Ma è solo una impressione, magari spietata e irriverente perché appena i due attaccano la spina la dimostrazione che il rock sia l’unica medicina a regalare gioventù a qualsiasi età diventa una certezza. Se ne sono accorti i duecento presenti, equamente divisi tra giovani e veterani, e poco importa se in più di un’occasione Phil May, settantadue anni di militanza rock n’roll, ricorrerà al Ventolin per dare fiato alla sua ugola, ancora squillante seppure arsa da una vita sulla strada. Da parte sua, l’altro former dei Pretty Things, Dick Taylor, settanta tre anni, per tutto lo show (quasi due ore) rimane chinato sulle corde delle sue chitarre quasi stesse sperimentando nuove note e nuovi passaggi creando ogni volta un drive chitarristico, un assolo, un riff, perfino un fraseggio jazz, che indirizzeranno la band ora sul blues, ora sul pop, ora sulla psichedelia, ora sul garage, ora sul r&b, qualificando un set che oltre all’energia e ad un rigore mai annacquato dagli anni, dispenserà qualità, grinta e personalità uniche.

I Pretty Things sono sopravvissuti all’età del beat con pulsante dignità, il concerto alla Loggia del Leopardo conferma che la loro sopravvivenza non è all’insegna di un patetico revival o di una nostalgia da vecchi dinosauri ma è una continua conquista sul campo, sul palco, con la musica e con una vita che si è identificata con essa. Attorno a Phil May, abito nero, camicia bianca e cravatta a stringa da vero mod, e a Taylor, abito scuro, capelli radi, atteggiamento da chitarrista jazz, mi ha ricordato una versione solo un po’ più agè di Fred Koella, ci sono l’altro chitarrista e armonicista Frank Holland, capelli arruffati tendenti al bianco, anche lui in giacca e camicia chiara e i due giovani della compagnia, il vulcanico batterista Jack Greenwood, monumentale il suo assolo tutto potenza e velocità, ed il martellante bassista George Woosey. Con un tale motore i Pretty Things sono partiti in quinta e per quasi due ore non ce n’è stato per nessuno, un set onesto, generoso e coinvolgente che è andato ben oltre le più rosee aspettative tanto che il pubblico, impietoso nei confronti delle loro età, ha richiesto a gran voce un encore che è durato tre canzoni e quindici minuti.

Molti erano quelli giunti a Vogogna fin dal lontano per godere dei vecchi hits della band e May e soci non li hanno delusi, i primi singolo del loro pioneristico periodo beat dei sixties, Rosalyn e Midnight To Six Man sono stati accolti con una ovazione, così come S.F Sorrow Is Born che diede il titolo a una delle prime opere rock, quel S.F Sorrow che molti dicono essere l’antesignano di Tommy degli Who. Così come non sono mancati pezzi del loro periodo psichedelico, Photographer e Mr.Evasion e lo strambo intreccio di cabaret e hard rock di Defecting Grey che al sottoscritto ha fatto venire in mente i Kinks. Della partita anche I See You e Don’t Bring Me Down, nulla a che vedere con gli Animals, piuttosto stacchi e contro stacchi con tanto di armonica alla Yardbirds, formazione con cui May e Taylor fecero due dischi a Chicago all’inizio degli anni novanta.

Che il blues ed il rhythm and blues sia una delle matrici della loro musica seppure trattati da garagisti impenitenti, ed in più di un momento mi è sembrato di assistere ad un set di birroso pub-rock inglese, lo si è visto quando May, Taylor e Holland hanno inscenato un siparietto elettro-acustico con rivisitazioni tipicamente british blues di Big Boss Man, Mona, Who Do You Love, Little Red Rooster e I Wish You Would, quest’ultima ennesima evidente connection con gli Yardbirds. In questi brani Dick Taylor ha offerto una lezione chitarristica super, col suo stile mai debordante e plateale ma fine, preciso, caldo e personalissimo, ha portato i presenti ai swingin’ sixties quando gli inglesi fecero conoscere ai giovani di tutto il mondo il blues ed il r&b. Un vero guitar hero anche con le sembianze di un bonario nonno che però durante il set, a differenza di tanti ganzi trendy dell’ultima ora, si rifocilla con birra scura.

L’entusiasmo è tangibile, anche coloro che per anagrafe li conosce solo per sentito dire, applaude e incita, quando arriva LSD tutti sono high senza l’aiuto di stupefacenti. Finale scoppiettante. La Val d’Ossola è storicamente menzionata come una delle roccaforti della Resistenza, la sera del 26 novembre se ne è avuta una dimostrazione.

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