Editors, foto: Lino Brunetti

In Concert

TODAYS 2018: report e gallery fotografica

Ogni anno che passa certifica sempre più il Todays di Torino quale une delle realtà festivaliere più ambiziose, solide e interessanti d’Italia. Quest’anno, giunto alla quarte edizione, è stato l’anno del definitivo trionfo: le oltre 30000 persone che da ogni dove (quasi il 50% dei partecipanti è arrivato da fuori città) si sono riversate nella città piemontese hanno garantito una serie di sold out che ne hanno contrassegnato l’edizione. Sold out sono andati infatti non solo gli abbonamenti per le tre serate, ma anche tutte le singole sere nelle diverse location in cui il festival si è svolto, dall’area storica principale, quella dello Spazio 211, fino a quelli dell’ex fabbrica INCET, alla galleria d’arte Gagliardi e Domke, ai Docks Dora, al Plartwo e al parco urbano Aurelio Peccei. Un festival di livello altissimo, con grossi nomi e giovani promesse sul versante musicale, ma proiettato anche nel mondo delle installazioni audio visuali e dell’elettronica di ricerca, nonché in quello dei laboratori gratuiti dedicati all’interazione tra suono e tecnologia.

E dire che alla vigiglia della manifestazione, attorno a ferragosto, era arrivata la doccia fredda dell’annullamento, per motivi personali della band, del concerto del nome probabilmente più atteso, quello dei My Bloody Valentine. Che dietro al Todays ci siano però teste pensanti, a partire dall’ideatore e direttore artistico Gianluca Gozzi, e un’organizzazione di gran livello, è stato dimostrato dalla subitanea, nemmeno 48 ore, sostituzione  in cartellone della band di Kevin Shields con i Mogwai, senza nessun dubbio una formazione quantomeno di pari livello artistico e che ha contenuto di parecchio lo scontento iniziale.

Dei tanti concerti in programma, noi siamo riusciti ad assistere a quelli in scena nelle tre sere allo Spazio 211, perdendoci quindi, in alcuni casi molto a malincuore, le performance di artisti quali Philip Jeck, Mount Kimbie, Cosmo, Mouse On Mars o M¥ss Keta, giusto per rimanere solo sui nomi principali, presenti nelle altre location. Poco male comunque, perché quello che è passato sul grosso palco allo Spazio 211 è certamente bastato per appagare la sete di musica.

La sera del 24 si è aperta col ritmatissimo show dei torinesi Indianizer, band che m’era già capitato di vedere non molto tempo fa a Lugano, al Buskers festival, e che qui hanno confermato essere una proposta stuzzicante e davvero molto godibile. Immaginatevi una sorta di etno-psichedelia, con dentro echi di musica sudamericana, cumbia e speziature indianeggianti, moderna e non priva di un certo appeal pop e inizierete a farvi un’idea di ciò che i quattro ragazzi sono in grado di fare. Due chitarre, una tastiera che fa anche da basso e una marea di percussioni sono la base su cui far inerpicare melodie che colpiscono fin dal primo ascolto. Il loro disco s’intitola Zenith e merita d’essere scoperto.

Dopo di loro è la volta dei Bud Spencer Blues Explosion, duo romano che non abbisogna di molte presentazioni. Qui si palesano con una formazione a quattro, con bassista e tastierista aggiunto, il che non solo garantisce un suono ancora più potente e massiccio del solito, ma permette a Viterbini di gestire più liberamente le melodie e, soprattutto, gli affondi chitarristici. La base rimane il blues, qui però riveduto e corretto e fatto deflagrare attraverso un filtro hard contaminato, cosa che da tempo li caratterizza come uno dei live act più incendiari d’ Italia. Qui non hanno avuto molto tempo, ma sono comunque riusciti a scaldare ben bene il pubblico.

Pubblico che alla fine è definitivamente impazzito, in parte gettandosi a capofitto in un pogo che ha conosciuto ben poche pause, durante l’esibizione degli australiani King Gizzard & The Lizard Wizard. Famosi per l’incredibile numero di dischi pubblicati a getto continuo, chi li ha visti dal vivo sa che sono, forse soprattutto, una live band coi controfiocchi. Rispetto ad altre volte in cui li avevo visti, stasera hanno messo in piedi uno show moderatamente più vario, con incursioni anche nel loro repertorio più barocco e arzigogolato, ai confini col prog. Quello che rimane in testa, veri apici di un concerto divertente e pulsante, sono però brani irresistibili come Rattlesnake, Sleep Drifter o una devastante Robot Stop, pezzi che per riuscire a stare fermi bisognava essere morti. Grandi!

Gli headliner di questa prima serata erano pero i War On Drugs di Adam Granduciel, per quella che era l’ultima data del tour prima del ritorno negli States. Di loro ho scritto più volte e non potrei far altro che ripetermi. Sia pur, a mio parere, un filo più stanchi di altre volte in cui mi è capitato di vederli (più un’impressione che altro), rimangono una live band eccezionale e hanno in carniere un tal numero di grandi canzoni che è impossibile non farsene conquistare. Qui ne hanno dato un valido esempio per un’ora e mezza buona senza bis – una mezz’ora in meno del solito, ma siamo in un festival – che ha avuto i suoi apici in una Strangest Thing da brividi, in episodi incalzandi quali Red State o Burning, nel recupero di una Come To The City ottima, nell’immancabile Under The Pressure. Ora, salvo una nuova tornata di date negli Stati Uniti, credo si concedano un po’ di riposo e che per un po’ non avremo occasione di rivederli. Goderseli in questa calda sera d’estate è stato ancora una volta emozionante anche per questo.

La sera successiva si apre nuovamente col contributo di un musicista torinese. Si tratta di Daniele Celona, produttore e cantautore rock già autore di un paio di album in proprio. La sua è una canzone chitarristica e svettante, piuttosto melodica e qui e là un po’ troppo tendente al mainstream pop-rock per convincermi veramente. Lui e i musicisti tengono comunque il palco con convinzione e il mio è solo un giudizio dettato da una questione di gusti e da un ascolto un po’ distratto.

In tema d’italiani, su un altro livello mi pare Colapesce, che dopo Celona sale sul palco. Disco dopo disco si è costruito un buon seguito e un nutrito manipolo di appassionati, merito di una musica che di tutto un po’ centrifuga, dal pop alla psichedelia, fornendo un’idea di cantautorato originale e ambiziosa, capace di tingersi di arrangiamenti sofisticati e sprazzi di genialità. Qui lo coadiuva una band d’altissimo profilo – tra i quali ci piace almeno segnalare la presenza di Adele Nigro/Any Other – che lo asseconda nei suoi saliscendi musicali, comprensivi persino di squarci jazzati al confine col free. Uno show davvero brillante che, a causa di qualche distrazione, sono purtroppo riuscito a vedere solo parzialmente. Mi riprometto d’intercettarlo ancora da qualche parte.

Non avendoli mai visti, ero parecchio curioso di vedere se gli Echo & The Bunnymen di Ian McCulloch e Will Sergeant riuscissero ancora oggi ad essere una band degna della loro storia. Alla fine devo dire che la risposta è stata affermativa. Giacca di pelle e occhiali scuri per tutto il tempo, McCulloch ha guidato la sua band alla riscoperta dei classici di una formazione che, tra alti e bassi, è comunque in pista da più di trent’anni. La voce c’è ancora e poco male se la presenza scenica arriva al massimo a quella di un Lanegan, visto che pezzi come Lips Like Sugar, Rescue, All That Jazz, Seven Seas, The Killing Moon o The Cutter suonano potenti ed elettriche, ancora capaci di parlare al pubblico di oggi con la stessa forza con cui lo fecero all’epoca. In Villiers Terrace c’infilano un passaggio di Roadhouse Blues, mentre Walk On The Wild Side si mescola con Nothing Last Forever, giusto per mettere ulteriormente in chiaro da dove arrivano e da dove non hanno nessuna intenzione di muoversi. Per fortuna!

Cosa posso dire ancora dei Mogwai? Quella di questa sera è la quarta volta che li vedo in meno di un anno. Ho già avuto modo di dire che ultimamente li trovo in formissima e anche stasera hanno spazzato via tutto quello che si sono trovati di fronte con un concerto letteralmente devastante. Qui ancora di più, visto che l’impianto del palco del Todays è superlativo, si sente benissimo e lo si sente a volumi appropriati, cioè alti. Nella musica degli scozzesi, si sa, il volume di suono ha una certa importanza ed è forse per questo che qui sono apparsi ancora più grandi. Di vera novità in scaletta c’è finita la nuova We’re Not Done, pezzo shoegaze tratto dall’imminente colonna sonora del film di fantascienza KIN, ma come ho già scritto di recente, basta che in un loro concerto ci siano i pieni e i vuoti di Mogwai Fear Satan per far si che il concerto sia memorabile. E anche stasera lo è stato, alla faccia dei My Bloody Valentine e delle loro paranoie (in realtà non si sa ancora perché abbiano annullato il concerto).

Arriviamo così a domenica, quella che per me era forse la serata meno esaltante e che, alla fine, si è rivelata quella maggiormente foriera di sorprese. Non certo grazie a un Generic Animal che per proposta musicale e tenuta del palco mi è parso, e spiace dirlo, semplicemente imbarazzante.

E neanche per la comunque brava Maria Antonietta, stoica nel presentarsi on stage nonostante una brutta influenza. Come facesse a cantare così bene, quando quasi non riusciva a parlare, rimane per me un mistero, quindi tanto di cappello. Lo spettacolo però ne ha inevitabilmente risentito, con la musicista un po’ sofferente sul palco e meno briosa di sicuro del solito.

No, le vere sorprese, per me, sono arrivate prima da Ariel Pink e poi dagli Editors. Mai stato un grande fan di nessuno dei due e, lo ammetto, partivo con pregiudizi, chissà mai perché, negativi. Ariel Pink – il cui ultimo album è comunque niente male – ha messo in scena uno spettacolo decisamente folle e divertente. Si presenta con una maglietta piena di macchie, chiede a gran voce del whisky (che così a occhio doveva aver iniziato a bere già da un po’) e ha di lato un partner perfetto quale Don Bolles, veterano della scena punk, un tempo batterista dei Germs. Se loro fanno scena, la band che hanno alle spalle è invece ottima e asseconda le giravolte musicali imposte da Pink. Si può dire appaia di tutto, dal punk alla psichedelia, da una sorta di glam da Rocky Horror Picture Show alle ballate soul. In tutti i frangenti non smettono di far capire a tutti che è grandissimo entertainment quello a cui stiamo assistendo, messo in scena sia con un pizzico di pazzia, certo, ma anche con la serietà che un qualsiasi gioco comporta. Insomma, devo piegare il capo, un grandissimo.

Quel rock epico sommariamente di derivazione U2, lo confesso, non figura tra i miei ascolti preferiti da un sacco di tempo. Gli Editors li avevo sempre liquidati, probabilmente anche un po’ superficialmente, una band di quel tipo, un po’ scontata e di grana grossa. Dischi carini magari, ma niente per cui stravedere per farla breve. Le ultimi cose, poi, contrassegnate da sonorità più tastieristiche, non facevano altro che alimentare i dubbi. E invece, bisogna proprio dirlo, dal vivo hanno reso proprio alla grande. Non si tratta solo del fatto che Tom Smith si è rivelato un frontman e un cantante convincente ed efficace, ma anche e soprattutto per via della qualità musicale messa in campo, prima ancora che coi loro classici, nettamente in vista sui pezzi dell’ultimo Violence, in larga parte brillantemente riarrangiati in senso decisamente più rock. Hanno dato proprio la sensazione di essere grandi professionisti, capaci di un dialogo intenso col loro pubblico e di avere una visione musicale che non gli ha fatto trattare il live come un compitino in cui rifare i pezzi pari pari come su disco (cosa abbastanza tipica per questo tipo di band). Nel bis Smith sale sul palco solo per una versione acustica di No Sound But The Wind, doppiata da una bella A Ton Of Love sempre acustica, ma con la band, e poi per un finale in trionfo con Munich, Papillon e Magazine, tre pezzi che chiudono in trionfo un Todays Festival che non si meritava nulla di meno. In attesa del già attesissimo Todays dell’anno prossimo, mi sa che mi toccherà pure provare a rispolverare i dischi degli Editors e vedere che affetto mi fanno ora. 

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