Foto © Lino Brunetti

In Concert

TOdays 2021: report e foto

Ci sono buone probabilità che, di tutte le edizioni del TOdays, che chiaramente ci auguriamo siano ancora moltissime, questa del 2021 appena conclusasi, alla fine rimarrà indelebilmente scolpita nella memoria di chi ci è stato, non solo per la bellissima musica che nell’insieme si è potuto ascoltare, ma anche per la sua atmosfera sospesa, dovuta al mix che si è venuto a creare tra la voglia di liberazione che la musica (questa nostra musica) inevitabilmente porta con sé e l’obbligo di dover sottostare a tutta una serie di regole e regolette dettate dalla situazione pandemica, alcune delle quali giuste e comprensibili, altre discutibili, nell’insieme, comunque, gestite senza atteggiamenti assillanti tali da impedire il godimento delle quattro serate di festival.

Quattro serate che sono state una scommessa, ma una scommessa vinta alla grande. Il direttore artistico Gianluca Gozzi e tutto lo staff del TOdays hanno puntato fin da subito ad allestire un cartellone che non fosse inferiore a quello delle edizioni passate e, al di là di quelli che possono essere i gusti personali di ognuno, devo dire che la cosa gli è veramente riuscita alla grande. Onore al merito, quindi, perché non oso neppure immaginare quali e quante siano state le difficoltà nel mettere in piedi una manifestazione del genere, considerando poi la scarsa predisposizione delle nostre istituzioni a rendere le cose più facili. Certo, quando ci sono state le cancellazioni dei concerti di Arlo Parks prima e dei Black Country, New Road e Working Men’s Club poi, il timore che non si riuscisse a vedere nessuno dei gruppi inglesi in programma c’è stato, ma stavolta chi era pessimista s’è dovuto fortunatamente ricredere. 

Spalmato su quattro sere, con l’esibizione di tre artisti per ciascuna di esse, più un paio di concerti gratuiti pomeridiani il sabato e la domenica, il TOdays di quest’anno ha scandagliato la nuova scena britannica, ha portato sul suo palco alcuni dei maggiori nomi del rock italiano contemporaneo e non ha mancato di fare qualche puntatina anche al di fuori di questi territori, proponendo artisti sempre di qualità e alcuni dei live migliori al momento in circolazione.

Partiamo allora col rapido racconto di ciò che s’è visto dalla prima sera, quella di giovedì. Ad aprire il festival è lo show del cantautore islandese Asgeir, chiamato a sostituire i Working Men’s Club. Il suo folk pop venato d’elettronica assume dal vivo un maggior dinamismo; non rinuncia chiaramente alle sue melodie delicate e sognanti ma, grazie al contributo della sua solida band, rende il tutto più pulsante, stando abilmente in bilico tra melodia pop e rimandi ad un folk quasi fatato, il tutto inserito in una cornice contemporanea.

Subito dopo di lui, a salire sul palco sono gli inglesi Dry Cleaning, freschi di debutto in lungo con un album prodotto da John Parish e indubbiamente uno dei nomi più chiacchierati dell’annata in corso. Devo dire che dal vivo sono stati veramente molto convincenti, per certi versi anche più che su disco. La vocalist Florence Shaw sul palco sembra davvero timidissima, ma anche forse per questo riesce a instaurare un bel dialogo col pubblico, facendo fluire i suoi racconti narrati con una voce che è già riconoscibilissima, mentre i suoi compagni danno vita ad un post punk metronomico che si appoggia sulla sezione ritmica, ma dove a rifulgere davvero è l’ottimo lavoro alla chitarra di Tom Dowse, devo dire il vero valore aggiunto della formazione. Bravi!

Chiusura in grande stile della prima serata con uno dei nostri migliori cantautori contemporanei, ovvero Andrea Lazlo De Simone, qui con allargatissima band, tanto da meritarsi l’appellativo di Orchestra. Preceduto dalle dicerie circa un probabile ritiro dalle scene – alimentate da un post dello stesso De Simone su Facebook, da più parti equivocato, e qui smentito – il cantautore torinese è partito con l’esecuzione della sua ultima opera Immensità, per poi abbracciare alcuni brani del repertorio più vecchio, emozionando non poco attraverso un suono sontuoso, dilatato, elegantissimo e avvolgente. In questa versione non l’avevo mai visto e, anche se in assetto più ridotto e psichedelico forse lo preferisco, anche in pompa orchestrale ha dimostrato di essere un musicista decisamente sopraffino.

Il venerdì si apre con gli I Hate My Village, il supergruppo formato da Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Exoplosion) e Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), ai quali si sono uniti Alberto Ferrari dei Verdena e Marco Fasolo dei Jennifer Gentle. Afro-psichedelia serratissima e sincopata, fortemente giocata sul dialogo tra la chitarra di Viterbini e la batteria di Rondanini, sui quali gli altri due entrano uno con discrezione (Fasolo), l’altro andando un po’ sopra le righe (Ferrari), divertendo però parecchio e mettendo a segno diversi momenti musicalmente esaltanti.

Esaltazione che pensavo mi avrebbero scatenato i black midi, mentre invece non è scattato quell’amore che pensavo. I tre sono tecnicamente mostruosi e ne sono ben consapevoli. Con il loro aspetto da ragazzetti appena usciti da scuola, mettono in effetti a ferro e fuoco il palco, ma paradossalmente, dal vivo più che su disco, viene fuori una tendenza a strabordare e a mettere troppa carne al fuoco che, almeno in parte, lascia interdetti. Di base il loro sarebbe math rock, ma sono capaci di saltare all’improvviso in una sorta di folk prog canterburiano, così come di scivolare in un blues canonico e sparato a mille, manco fossero Joe Bonamassa. Dovrò rivederli per capire meglio.

In chiusura di serata Teho Teardo, grande musicista di fama ormai internazionale, conosciutissimo per i suoi numerosi lavori per il cinema, il teatro e non solo. Qui, accompagnato da una violinista e da una violoncellista, ha musicato il mitico “La Jetee” di Chris Marker, anticipandolo con un cortometraggio da lui stesso diretto (con Orazio Guarino), A Man Falling, qui presentato per la prima volta, che instaura cortocircuiti con la più nota pellicola. L’interazione tra immagini, strumenti acustici ed elettronica ha messo in mostra la classe di Teardo, autore di partiture fascinose e circuenti, che non lasciano mai fuori la possibilità del graffio urticante, della stilettata rumorosa. Se capita dalle vostre parti, non perdetevelo.

Il pomeriggio del sabato mi perdo Tutti Fenomeni e quindi si passa direttamente alla sera dove in apertura ci sono gli Shout Out Louds. Certo, i previsti Black Country, New Road si sarebbero accordati assai più perfettamente al programma della serata, ma gli svedesi sono stati in realtà molto piacevoli nel mettere assieme uno show elettrico e pimpante, melodico al punto giusto e capace di evocare una sorta di Americana pop in salsa new wave, mescolando un po’ l’epica degli Arcade Fire e il piglio più introverso dei Bright Eyes.

Di Iosonouncane ho già scritto un sacco di volte quest’anno, anche per ciò che riguarda le esibizioni live. Delle tre che ho visto, questa è stata la più potente e sconvolgente, forse anche perché supportata da un impianto finalmente degno di questo nome, una differenza non da poco quando c’è da abbandonarsi a un puro fluire ritmico sonoro, quando ci si deve lasciare andare ad una musica che induce alla trance, quando insomma c’è da tuffarsi in un universo che dà autenticamente corpo al concetto di psichedelia, senza che ci sia bisogno di assumere droghe o chissà cosa. Potentissimo, lucidissimo, visionario, un grandissimo concerto.

E parole di grande esaltazione val la pena spenderli anche per i Comet Is Coming di Shabaka Hutchings. Trio sax, synth/electronics e batteria, il trio inglese è capace di mettere in scena il jazz più moderno, contaminato e spaziale in circolazione. Che poi il jazz è solo una base, per una musica che ti fa partire letteralmente per viaggi astrali e poi ti riprecipita sulla Terra per un party scintillante dove liberare i sensi e assecondare il battito dei tamburi. Tre musicisti spaventosi, perfettamente amalgamati fra loro nel dar vita a un suono che spesso è sinonimo di pura eccitazione. Danno il meglio quando possono scatenarsi sulle lunghe durate, ma anche qui, in un più corto set da festival, hanno spaccato.

La domenica è stata la giornata probabilmente più eclettica: al pomeriggio, al parco Peccei, ci si è scatenati con l’afro rivista secondo stilemi nineties (c’era pure il DJ che scratchava) delle simpaticissime Les Amazonas d’Afrique, che per un’ora buona hanno affiancato musica e consapevolezza politica in un set che ha fatto ballare tutti e ha fatto almeno per un po’ saltare anche il rigoroso distanziamento tra il pubblico.

Alla sera, un simpatico Erlend Øye, lo ricorderete nei Kings Of Convinience, ha presentato il suo progetto italiano La Comitiva, approntato con musicisti siciliani, regione nella quale vive e dove, con molta semplicità e grazia, in base a quello che ha raccontato, scrive e suona un sacco di canzoni. Canzoni folk pop incantevoli, a tratti un po’ naif, come il suo show, che è stato comunque una boccata d’aria fresca, un momento intimo e divertente, come una bella commedia o una serata con buoni amici.

Uno spettacolo più strutturato e classico quello di Motta, invece. Suono rock potente, messo a punto da una numerosa band decisamente all’altezza, per una scaletta che in apertura e chiusura ha visto alcuni brani tratti dall’ultimo album, ma che in buona parte s’è appoggiata ad alcuni dei classici ormai consolidati della sua discografia, giustamente ben accolti dalla platea. Breve comparsata dell’amico Appino degli Zen Circus e concerto che è parso consumarsi fin troppo in fretta, cosa che comunque va messa in conto quando si è a un festival.

La bombazza vera, però, per me è però arrivata proprio in chiusura di TOdays. Sarà che non ero ancora mai riuscito ad intercettarli, che avevo proprio voglia di un concerto del genere, ma gli Shame hanno fatto realmente uno show devastante. Non che mi aspettassi carezze, ma neppure un suono così potente, forsennato, distorto e selvatico. Un post punk rumoroso, preciso nelle sue traiettorie anche quando pare deragliare (e vedere le movenze tarantolate del bassista sul palco fa pensare che possa accadere in qualsiasi momento), decisamente più urticante che su disco, tanto da rendere a volte le loro canzoni qualcosa quasi d’altro, sicuramente qualcosa di più pericoloso. Grandiosi insomma. Come il TOdays, un festival a cui fin d’ora ho già voglia di tornare!

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