Recensioni

John Coltrane, Offering – Live At Temple University

coltraneJOHN COLTRANE
Offering – Live At Temple University
2CD, Impulse!/Resonance
*****

L’apprezzamento di un disco simile, secondo chi vi scrive la “cosa jazz” più bella e intensa accaduta nell’intero 2014, dipende probabilmente da quale rapporto vi lega alle fasi più sperimentali del free-jazz targato John Coltrane. Se, come il pur bravissimo Geoff Dyer, dalle colonne del New York Times autore di una recensione di certo non negativa e nondimeno abbastanza tiepida («Quanto sento qui, giusto per riferirmi alle ragioni per le quali, a suo tempo, Elvin [Jones, batterista del quartetto di Trane dal 1960 al 1966, ndr] lasciò il gruppo, è “un mucchio di rumore”»), siete abituati a storcere il naso di fronte ai fiammeggianti vortici strumentali di Meditations o del secondo live al Village Vanguard di New York (entrambi risalenti al ’66), magari preferendogli la composta, comunque imprescindibile classicità di Ballads, di Impressions o del disco realizzato con il vocalist Johnny Hartman (tutti del 1963), allora è plausibile che il fiume di lava sonora contenuto in Offering – Live At Temple University rischi solo di perforarvi i timpani. Se invece di Trane ammirate anche i lavori più ostici, se riuscite a cogliere la profonda ricerca spirituale dietro la furia dei suoni, il dolore e la sofferenza incartati dentro i ruggiti degli strumenti, allora troverete in questo album uno dei vertici artistici, e interiori, del bruciante percorso professionale (nonché umano) del titolare di Blue Train (1957), A Love Supreme (1965), Ascension (1966) e altri capolavori della musica del secolo scorso.
Registrato l’undici novembre del 1966 alla Temple University di Philadelphia, Pennsylvania (dove l’artista aveva vissuto dal 1943 al 1957), e più volte bootlegato in forma più o meno completa, il disco, “montato” e supervisionato dal figlio del titolare, il sassofonista Ravi Coltrane, immortala l’artista nel formato del quintetto avant-garde composto dalla moglie Alice al piano, dal forsennato Pharoah Sanders al secondo sax, da Rashied Aliai tamburi e da Sonny Johnson al contrabbasso, line-up cui si aggiungono, per l’occasione, altri due contralti e ben tre percussionisti, in omaggio all’interesse per i ritmi etnici (in particolar modo indiani) sviluppato dal titolare nelle ultime stagioni di attività. Quasi presagisse l’incombere della morte, che l’avrebbe colto appena quarantenne, per colpa di un cancro al fegato, nel luglio dell’anno successivo, Trane attraversa l’esibizione come uno spettro angosciato e suppliziante: se le iniziali versioni di Naima, la classica ballata per la prima moglie Juanita “Naima” Grubbs (brano qui portato a vette di velocità e grandeur percussiva a dir poco epiche), e Crescent, cupa modulazione post-bop tirata per quasi mezz’ora, assomigliano a un tuffo senza paracadute nella mischia di un lungo, nervoso gospel frammentato da scarti modali derivati dalla tradizione orientale, nell’ultima My Favorite Things (proprio quella scritta da Hammerstein e Rodgers per Tutti Insieme Appassionatamente), spogliata di ogni frivolezza grazie alle tastiere drammatiche della signora Coltrane e a un preludio dove il solo Johnson si prodiga per svariati minuti di improvvisazione, si ascolta un vero e proprio esorcismo durante il quale, approfittando del fluido interagire tra la sezione ritmica e un febbricitante assolo di Sanders, Trane stacca la bocca dal sax per mugugnare, ululare, gemere, forse addirittura piangere.
In mezzo ci sono le fucilate di Leo, altri venti minuti e rotti di proiettile atonale (con uno spettacolare showcase della batteria di Ali), e il sax umido, miagolante e bluastro della concisa title-track, tutte testimonianze di un Coltrane forse non stellare e distante come quello del coevo Live In Japan (1973), ma in qualche modo altrettanto e forse più lancinante, incandescente, pressoché punk nello scagliare il proprio soprano verso ipnotiche spirali di tumulto acustico. Solenne, impegnativo e sfibrante, Offering – Live At Temple University è, come tutta l’ultima fase della carriera di Coltrane, un urlo di dolore per l’assenza e il silenzio di Dio nella vita quotidiana. Ma anche un trattato commovente, e senz’altro stordente per espressività, sulla capacità della musica di sondare le voragini dell’animo umano e restituirne gli abissi in forma di suono.

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