Recensioni

Anna Calvi, Hunter

anna-calvi-hunter-3000x3000-1_origANNA CALVI
HUNTER
DOMINO
***1/2

Mancava dai negozi di dischi dalla bellezza di cinque anni Anna Calvi. Si è presa tutto il tempo necessario per realizzare Hunter, seguito del suo esordio del 2010 e di One Breath del 2013 (in mezzo, giusto il Live At Meltdown dell’anno scorso), ma il nuovo disco ha tutta l’aria di essere stato meditato e archittetato con estrema cura. La musica della musicista inglese compie infatti un ulteriore passo in avanti e diventa ancora più conturbante, torbida e passionale.

Descritto come un album catartico, in cui lasciarsi andare completamente per esplorare senza confini di gender sessualità, liberazione del proprio corpo, libertà da vincoli e stereotipi, Hunter è un disco dai temi forti e quanto mai contemporanei, messi in musica in canzoni potenti e viscerali, che mettono in mostra tutto il talento della Calvi in termini di songwriting, interpretazione vocale e abilità sulla sei corde. Musicista a 360°, qui si è fatta aiutare dal produttore Nick Launey (già alla corte di Nick Cave e Grinderman, e si sente), da Martyn Casey dei Bad Seeds al basso, Adrian Utley dei Portishead alle tastiere, oltre che ovviamente dai musicisti della sua band, la multistrumentista Mally Harpaz e il batterista Alex Thomas.

Canzoni in qualche modo sempre un po’ oscure, eppure permeate da un fascinoso e lussurioso appeal pop, un po’ più lineari di quelle del passato, con giusto un pizzico di visionarietà harveyana (nel senso di PJ), quelle qui contenute. Soprattutto sono brani capaci di mettere in mostra, come dicevamo, grandi doti di scrittura e interpretazione. Sentitevi come esplode la voce sul finale dell’ottima As A Man; la gran capacità di gestire contemporaneamente una sorta di glaciale freddezza e il fiammeggiante calore della passione in un pezzo come Alpha o il modo in cui un’incalzante Wish si apre in squarci d’estatica visionarietà.

La Calvi è capace di mantenere un equilibrio perfetto fra le varie componenti della sua musica, sia quando si affida a soluzioni più melodiche (la ballata quasi a là Arcade Fire che dà il titolo all’album; il primo singolo Don’t Beat The Girl Out Of My Boy), sia quando lascia che esplodano delle dissonanze capaci di rendere ancora più sexy e vulnerabili le atmosfere in cui ci sta guidando (la bellissima Indies Or Paradise), nei pezzi rock (la vivida Chain), così come nelle ballate (la solenne Swimming Pool, le passionali Away e Eden). È un disco che circuisce e ti entra come un virus Hunter, crescendo ascolto dopo ascolto. Un ritorno davvero d’ottimo livello.

 

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