Recensioni

Franz Ferdinand, Always Ascending

franz_Always_AscendingFRANZ FERDINAND
Always Ascending
Domino
***

Reduce da un ottimo disco in collaborazione con gli Sparks, una delle band più note tra quelle esordienti discograficamente a metà anni Duemila, torna col nuovo lavoro in proprio, il quinto. Perso per strada il chitarrista Nick McCarthy – sostituito da Dino Bardot dei 1990s e dal polistrumentista Julian Corrie, anche a capo del progetto Miaoux Miaoux – Alex Kapranos e compagni scelgono come produttore Philippe Zdar dei Cassius e ci consegnano un disco in cui il loro consueto profilo melodico va costantemente a fondersi al groove, territorio in cui sperimentare l’innesto dei nuovi strumentisti.

Non un radicale cambio di passo rispetto al passato, ma senz’altro si nota la voglia di dare una nuova energia alle proprie composizioni, rinfrescando moderatamente suoni e scrittura. A parere del sottoscritto, i Franz Ferdinand riescono in questo intento quando decidono di ripercorrere a modo loro i sentieri al tempo battuti dai Talking Heads seconda maniera (l’uno-due iniziale con Always Ascending/Lazy Boy Edit View), quando si rifanno ad un pop dalle vaghe ascendenze eighties come in Paper Cages o quando provano ad uscire un po’ dal seminato, tipo con la ballata acustica in odor di Bowie The Academy Award, nel pop-rock vaudevillano Huck And Jim o tra le spire della conclusiva Slow Don’t Kill Me Slow. Meno incisivi, invece, lo sono quando stanno dalle parti di un (brit)pop ritmato e melodico, ma non così scoppiettante da farsi realmente ricordare, vedi le sintetiche Lois Lane e Feel The Love To Go, una Finally quantomeno graziata da un piacevole organetto sixties o una Glimpse Of Love che scivola via senza lasciare grosse tracce.

Nell’insieme, Always Ascending è un discreto disco pop, con il merito di mostrare gli scozzesi ancora vogliosi di lavorare sul proprio sound, senza adagiarsi su una scontata maniera sempre in agguato per band del genere.

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