Recensioni

Henrik Freischlader Band, Hands On The Puzzle

HENRIK-FREISCHLADER-BAND-001HENRIK FREISCHLADER BAND
HANDS ON THE PUZZLE
CABLE CAR RECORDS
***1/2

Nel presentare Hands On The Puzzle, per quanto strano possa sembrare decimo album del chitarrista tedesco Henrik Freischlader (senza contare i dischi dal vivo) in neanche vent’anni di attività, il titolare la prende un po’ alla larga, parlando addirittura di un progetto concepito col proposito di raggiungere gli eventuali ascoltatori senza ricorrere alle piattaforme sociali della rete e puntando, altresì, sul passaparola e sui cari, vecchi suggerimenti formulati di persona. Messa in questi termini la faccenda può suscitare qualche ironia (perché restringere volontariamente il campo in potenza illimitato dei destinatari annullando la comunicazione digitale?), poi, una volta preso atto della cura e dell’attenzione dedicate da Freischlader alla confezione del suo lavoro, racchiuso in un elegante cartoncino chiaro e accompagnato da un corposo libretto con foto e liriche (per una volta, sia detto a beneficio delle talpe, decifrabili anche in assenza di microscopio), si capiscono meglio le ragioni di tale scelta, in fondo speculari al contenuto del disco — blues bianco e ricercato sulla scia di Stevie Ray Vaughan e Peter Green nei loro momenti più morbidi, evocativi, concentrati — cui il nostro ha voluto affidare tutta la personale nostalgia per un’epoca non solo di passaparola ma di prestiti, di consigli, di appelli all’ascolto, di brani consumati nel silenzio di una camera o condivisi in un circolo di appassionati.

Nonostante la giovane età del musicista (35 anni), Hands On The Puzzle va a ripescare profumi e sapori antichi sposando le suggestioni liriche e bluesy dell’ultimo Chris Rea (davvero inconfondibile nella Stratocaster sognante di Rat Race Carousel), la sobria intensità del fraseggio di J.J. Cale e del suo discepolo Eric Clapton, la grazia «ambientale» degli Shadows e una serie di carezze per sassofono (Marco Zügner, bravissimo) che si direbbero da crepuscolo sul mare ma non essendoci il mare nella terra di Angela Merkel si diranno invece da ricognizione notturna nelle aree urbane della Rhur.

Freischlader, all’occorrenza, sa anche inasprirsi (saggiare per credere il rumoroso assolo centrale di Where Do We Go) o strizzare l’occhio alla tradizione delle radici americane (accade in una Stand Up, Little Brother dalle cadenze honky-tonk), ma quando lo fa è solo per aggiungere padronanza del ritmo e qualche incantesimo di sei corde a un disegno tecnico altrimenti caratterizzato da linee sinuose, tratteggio fluido, contorni sfumati. Le tastiere soul di Roman Babik in Share Your Money, i vaporosi rallentamenti della lunga, deliziosa Animal Torture e l’intenso raccoglimento melodico della magistrale Mournful Melody, prima dei virtuosismi scherzosi dell’ultima Creactivity (undici minuti), riportano alla mente il Robert Cray del sottovalutato Some Rainy Morning (1995), lavoro estremamente gradevole benché biasimato proprio in ragione della sua piacevolezza. Allora non si capì quanto un disco blues potesse risultare efficace puntando non sulla cattiveria delle esecuzioni ma sulla rotondità della scrittura e sulla rarefazione delle atmosfere: sarebbe un peccato se dovesse succedere la stessa cosa a Henrik Freischlader e al suo Hands On The Puzzle.

 

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