Recensioni

Scott Kempner, Live On Blueberry Hill

Scott Kempner, Live On Blueberry HillSCOTT KEMPNER
Live On Blueberry Hill
Prince Of The Bronx / GB Music
***

Nell’elenco dei musicisti purtroppo mai in grado di cogliere, a causa di una combinazione tra sfortuna e occasioni mancate, i legittimi frutti di quanto seminato, il chitarrista e compositore newyorchese Scott “Top Ten” Kempner merita, ahimé, una posizione di assoluto prestigio. Basta infatti pensare a quale miseria abbiano raccolto, giusto per ricordare le più celebri tra le formazioni in cui il nostro ha militato, prima, nella metà dei Settanta, il punk ante litteram dei Dictators, e poi il nostalgico citazionismo dei Del-Lords (uno dei migliori complessi di tutti gli anni ’80), per rubricare le generalità di Kempner alla voce delle promesse mancate. Promesse sempre mantenute, tuttavia, dal punto di vista artistico, perché anche nella succinta carriera solista (due album da titolare nel giro di sedici anni…) Kempner non ha comunque rinunciato a esplorare, con la consueta modestia e l’abituale finezza, la sintesi di rockabilly, surf, echi countreggianti, parafrasi springsteeniane e r&r anni ’50 proposta dagli esordi a oggi. Arriva quindi un po’ a sorpresa questo Live On Blueberry Hill, singolare disco dal vivo per voce e chitarra registrato non di recente ma all’indomani di Tenement Angels (1992), quando Kempner, anziché andare in tour con i colleghi che avevano contribuito alla realizzazione del debutto a suo nome, fu costretto dal fallimento della casa discografica a rimediare qualche data nel formato, più flessibile per lui e meno oneroso per le sedi ospitanti, dello one-man show.
La sorpresa deriva non solo dalla scelta di consegnare alle stampe un’incisione (catturata al Cicero’s, club sussidiario del Blueberry Hill, uno dei più noti locali di St. Louis, Missouri, la città natale di Chuck Berry) risalente ormai a 23 anni fa, bensì dalla decisione di farlo privilegiando la dimensione “a spina staccata”: un’opzione che poteva aver senso allora, inebriati come si era dalla moda appena nata dei dischi «unplugged», e ne ha molto meno adesso, giacché nel 2015 il repertorio di Scott Kempner grida a gran voce (l’ha sempre fatto, del resto) il supporto di una band in piena regola. Il problema non è la qualità dei brani, al contrario ragguardevole sia nel country-rock di Heaven sia nel respiro folkie di una sentita Judas Kiss, nel pop’n’roll di Cheyenne come nel roots-rock di How Can A Poor Man Stand Such Times And Live; il problema, semmai, è la costituzione stessa di una scrittura nata per accendersi di elettricità, per trasformare in piccoli inni la malizia giovane del power-pop, per strizzare l’occhio a Link Wray e all’epopea blue-collar, e quindi, fatalmente, meno ricca di sfumature (anzi, impoverita proprio) se declinata in versione acustica.
Il mestiere di Kempner non si discute, né si possono muovere rilievi alla proverbiale umiltà che lo porta a rileggere, per qualche secondo appena, i Kingsmen di Louie Louie in coda a About You, costruita appunto (nello splendido quanto sottovalutato Lovers Who Wander [1990], ultimo atto “lungo” nel percorso dei Del-Lords) sul beat caotico del brano targato 1963. Alle canzoni dell’artista è ancora una volta facile affezionarsi, e queste, d’altronde, altro non chiedono, nell’eventualità di una sintonia tra i gusti di Kempner e quelli degli ascoltatori, se non che si voglia loro bene, come in un ipotetico patto tra gentiluomini col santino di Dion Di Mucci e dei suoi Belmonts, di Del Shannon o di Tommy James nel portafogli. Nondimeno, una volta terminato il congedo di una toccante Dream Come True non si può fare a meno di pensare a come, nonostante il motto «less is more», “meno” non sia sempre “più” e, per chiunque abbia amato la poetica appassionata e rockinrollista di dischi quali Go Girl Crazy (Dictators, 1975) o Based On A True Story (Del-Lords, 1988), neppure “meglio”.

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