Recensioni

Wilco, Star Wars

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Star Wars
dBpm / Anti-
**

Nel 2001, dopo il clamoroso successo “dal basso” di Yankee Hotel Foxtrot, in prima istanza rifiutato dall’etichetta Reprise, ritornato in possesso della band e da questa reso disponibile in rete, fino a generare una mole di richieste tale da renderne obbligatoria la pubblicazione fisica, ai Wilco è toccato lo sgradevole contrappasso di perdere per strada, pur guadagnandone altrettanti (anzi, parecchi in più), molti estimatori della prima ora, sconcertati dal repentino mutamento delle antiche sonorità roots-rock in un caleidoscopio di esperimenti e soluzioni eccentriche.

Il 16 luglio di quest’anno, a sorpresa e a titolo gratuito (sebbene per un periodo di tempo limitato), il gruppo ha reso scaricabile dal proprio sito il suo nono album di studio, confermando in questo modo uno speciale rapporto con gli estimatori e le nuove tecnologie, nonché suonando forse le campane a morto per un’idea classica del disco come opera d’arte autonoma, indipendente e terza rispetto al flusso di informazioni della rete. Pur destinato a uscire, tra qualche mese, anche in formato tradizionale, Star Wars è l’album più medio, anonimo e trascurabile tra quelli sinora confezionati dai Wilco. Cosa significhi la sua libera disponibilità in un’epoca in cui i dischi non li compra più nessuno e qualsiasi artista (per fortuna non tutti) è ormai assuefatto al concepirli come infruttuose palestre sonore tra un concerto e l’altro, lo vedremo meglio tra qualche tempo, quando si capirà se i lavori discografici diverranno appannaggio esclusivo di chi può finanziarli in autonomia e, di riflesso, una tappa da eludere per tutti gli altri (soprattutto gli artisti alle prime armi).

Intanto, possiamo osservare come le sue undici canzoni diano ragione a quanti avevano visto nell’ingresso in formazione, risalente al 2007 di Sky Blue Sky (2007) ancorché precedente per quanto riguarda le esibizioni dal vivo, di Pat Sansone (Autumn Defense) e del chitarrista d’avanguardia noise-free Nels Cline un irrigidimento, anziché un’espansione, delle potenzialità espressive del gruppo. Certo, a preferire i Wilco rockisti e stonesiani di Being There (1996), o al limite quelli à la Beach Boys di Summerteeth (1999), si fa la figura dei tromboni anacronistici, ma è difficile negare che le trame dei vari, pur apprezzabili Wilco (2009) e The Whole Love (2011), abbiano perso per strada qualsiasi componente soul, quasi tutto il senso del ritmo, tanta spontaneità pop e, per quanto mi riguarda, porzioni rilevanti dell’estro melodico, di volta in volta affidato alla scrittura di un Jeff Tweedy sempre molto intenso benché mai aiutato da collaboratori ogni volta inclini a cucire sulle sue canzoni cascate di esercizi di stile e virtuosismi in serie.

Per carità, nulla contro le esplosioni kraut, le dissonanze, i frullati d’archi, i campionamenti e i rumorismi assortiti spesso e volentieri innescati (anche in un colpo solo) dai secondi Wilco, e nulla da eccepire sulla loro (immutata) capacità di renderli travolgenti in sede live; eppure nei loro album degli ultimi dieci anni serpeggiano un atteggiamento serioso ma non serio, come di disordine preconfezionato e borghese, e un tale compiacimento nell’organizzazione dei deragliamenti strumentali (beninteso, tutti da restarci a bocca aperta), sovente più importanti delle composizioni stesse, da chiedersi se il rock, da queste parti, sia ancora un organismo in grado di eccitare e sanguinare o non sia piuttosto diventata una ricreazione da intellettuali in cerca di colpi di scena a buon mercato.

Qui si parte in quarta con gli assoli, i riff grattugiati e la batteria ascendente (talmente stellare da poter appartenere solo a un Glenn Kotche di nuovo enorme) della fulminea EKG, si prosegue con i Kinks in salsa cosmica e psych della lussureggiante More… (rispetto alla quale davvero non si capisce dove vadano a parare i continui cambi di tempo) e la distorta cacofonia noisey dell’ipnotica Random Name Generator, ma è difficile mandare a memoria qualche titolo, e lo stesso discorso vale per il country-boogie “destrutturato” di una The Joke Explained dalla fisionomia inevitabilmente prona al déjà-vu in quanto clone appena meno esuberante dell’episodio precedente. Molto riuscita, al contrario, è You Satellite, ballata rock in continuo crescendo ma priva di facili detonazioni, in cui Tweedy azzanna le strofe come un Lou Reed del Midwest e gioca con maggiore consapevolezza sul respiro dei suoni. Gli altri sei brani suonano come variazioni sui temi tipici della band, dal mid-tempo quasi folk di Taste The Ceiling al falsetto su vortice chitarristico della bruciante Pickled Ginger, nondimeno eseguiti con una spontaneità e un gusto per il dettaglio inaspettato forse assente da altri lavori dei Wilco. Il problema, semmai, nonostante la ventata di freschezza e antiretorica portata in dote da Sukierae (disco lo scorso anno consegnato alle stampe da Tweedy e da suo figlio Spencer, irrisolto ma in vari frangenti piacevolmente spumeggiante), è il fatto che i Wilco queste canzoni le abbiano già suonate tutte, e con maggiore fantasia, al punto di dover attendere l’arrivo dell’ultima Magnetized, mini suite di voci, pianoforte e tastiere (con una vocazione al pop barocco com’è ovvio ispirata ai tardi Beatles), per identificare qualche vibrazione inedita.

Al momento in cui scrivo, non so ancora quali possano essere le reazioni degli ascoltatori davanti a Star Wars, anche se non fatico a immaginare legioni di ammiratori pronti a lodarne il ricorso a elementi già sfruttati fino all’osso (e in fondo prevedibili) come esempio di suprema ironia, acume postmoderno e lepidezza al passo coi tempi. D’altronde sia la copertina, raffigurante un gattino bianco, sia il titolo dell’album (uguale a quello di un film direi abbastanza noto di George Lucas, in procinto di essere aggiornato), fanno riferimento a due argomenti in genere molto graditi dai social-network, forse perché il loro pubblico, ansioso di riconoscersi e in genere piuttosto feroce con quanto ne contraddica il gusto (spesso assai conformista), è da tempo diventato per Tweedy e soci quello di riferimento.

«Perché far uscire questo disco e renderlo gratuito?», si è domandato Jeff Tweedy sul suo profilo Facebook. «Be’, la ragione principale, e non sono sicuro ne servano altre, è che pensavamo sarebbe stato divertente. Cosa c’è di più divertente di una sorpresa?». Impossibile non essere d’accordo, ma c’è stato un tempo in cui, per un appassionato di musica, la sorpresa più gradita e appagante consisteva nell’inseguire un disco, vagheggiarlo a lungo, desiderarlo e, una volta procacciatolo, memorizzarlo nota per nota anche in caso di delusione. Sono certo che Tweedy e i Wilco se lo ricordano.

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