Recensioni

Buford Pope, Blue-Eyed Boy

buford popeBUFORD POPE
Blue-Eyed Boy
Buford Pope
***1/2

Non tutti possono avere sempre e comunque il coraggio di suonare scomodi, spiazzanti, radicali e tortuosi, ma in tempi nei quali la produzione discografica sembra essere retrocessa allo stadio di un ectoplasma da scacciare quanto prima, in attesa di auspicate visualizzazioni sulle piattaforme digitali, imbattersi in chi ancora guarda ai dischi come al momento più qualificante e pensato della propria attività, trasmette senz’altro un certo sollievo.

È il caso di Buford Pope, al secolo Mikael Liljeborg, nato quasi cinquant’anni fa in una remota isoletta della Svezia, folgorato quindicenne dall’ascolto di Bob Dylan, fedele discepolo di Bruce Springsteen, Tom Petty, Neil Young e Jackson Browne, in pista dal 2003 e oggi arrivato, con questo Blue-Eyed Boy — opera numero sette del suo repertorio — al lavoro più maturo, sporco, imperfetto e tuttavia emozionante di una carriera in un certi senso derivativa, sì, eppure, a suo modo, mai banale, mai retorica, mai confezionata senza avvalersi di onestà e trasporto.

Anche perché, riconosciuto a Sticks In The Throat del 2014 il ruolo di testimone della sua dimensione maggiormente aspra e rockista, bisognerebbe domandarsi chi, in America o altrove, sia ora come ora in grado di comporre, tanto per fare due esempi, il folk-rock scintillante, incisivo e trascinante Freewheeling o quello entusiasta e appassionato di una The Baltic Sea dove Pope, avvalendosi di un violino pulito e sferzante, rende omaggio alle terre della sua infanzia.

Se a un primo impatto il programma di Blue-Eyed Boy, raggomitolato sui sentieri di una canzone d’autore in chiave rock, contaminata dalla dolcezza melodica degli artisti della costa Ovest americana, e provvisto del ritmo disteso e interiore di certi stranieri intenti a rivisitare il suono delle radici a stelle e strisce (ascoltate il country-rock zingaresco e modernista di Hard Land, “tradizionalista” nel senso in cui avrebbe potuto esserlo un Joseph Arthur), può sembrare sin troppo uniforme, basta tuttavia intensificarne la frequentazione per rendersi conto dello spessore di canzoni come Someone, Bloodline o Don’t Lay A Hand On Him, affreschi nei quali la malinconia e l’intensità del gospel vengono rielaborate con lucidità implacabile, sottraendo le sonorità cosiddette rootsy alla loro dimensione più anacronistica per farle risaltare vive, accorate, talvolta classiche e senza tempo.

La secca e scandita Streetwise, invece, si dirige verso i territori country-soul di Chris Stapleton, avvalendosi di una voce forse meno carismatica e nondimeno trovando puntualità e vitalità proprio nella raffinatezza del dettato musicale, mentre l’ultima Visbyville — apoteosi folk solenne e sorretta da una rigorosa determinazione — configura una lezione su come comporre un brano profumato di anni ’70 (in parallelo, del resto, alla più cupa Infirmary) evitando di soccombere alla nostalgia e anzi manifestando una passione sommessa e frastornata.

Anche in questa occasione, si suppone Pope abbia condotto ricerche certosine sulla produzione altrui: se negli album precedenti l’avevamo ascoltato inseguire i cantautori elettrici di quarant’anni or sono, Blue-Eyed Boy potrebbe essere, nel suo percorso, quel che Big Daddy (1989) fu per un John Mellencamp ai tempi ancora “Cougar”, ossia la tappa dei ricordi e dei ripensamenti, delle riflessioni e dell’intimismo. E come quel disco, senza nessuna presunzione sa tirarci dentro alle sue meditazioni su invecchiamento e natura operaia del rock (tagliato folk) con una tale convinzione da rendercele, ascolto dopo ascolto, quasi indispensabili.

 

 

 

 

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