foto: Bil Zelman

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Most of us are sad: in ricordo di Glenn Frey

In ricordo di Glenn Frey (1948 – 2016)


«Quando si riuniranno gli Eagles?», chiedevano i giornalisti, durante la pausa del gruppo (durata 14 anni, dal 1980 al 1994), ai suoi ex-componenti. When hell freezes over, «quando congelerà l’inferno», rispondevano questi, lasciando intuire non sarebbe mai accaduto e facendo pensare ci fossero, dietro la scelta di interrompere una delle attività discografiche più redditizie di tutti i tempi, fratture personali non ricomponibili.

Poi, non si sa se per ragioni economiche o per dare ancora voce a una sintonia umana in realtà mai deterioratasi per davvero (gli interessati hanno sempre sostenuto la seconda ipotesi, ma andavano e vanno creduti a metà), le «aquile» di Los Angeles – il singolo gruppo di maggior successo non solo della scena californiana ubicata nella Costa Ovest, ma più o meno della musica a stelle e strisce tutta – hanno ricominciato a esibirsi, con diversi tour mondiali e qualche controversia di ordine giudiziario, nonché a pubblicare dischi, prima un live, uscito appunto nel 1994 e ironicamente intitolato Hell Freezes Over, quindi una selva di antologie e infine un doppio album di canzoni nuove – il modesto Long Road Out Of Eden (2007) – purtroppo non all’altezza delle (vistose) ambizioni.

Anche se non si è mai capito quali siano state le vere ragioni della tardiva reunion degli Eagles (dati i problemi legali connessi al licenziamento di Don Felder, risalente al 2001, la congettura di un reciproco idillio non è mai apparsa così verosimile), chiunque abbia avuto occasione di vederli, dal vivo, nelle svariate esibizioni degli ultimi 15 anni, non avrà potuto fare a meno di notare come la perdurante alchimia del gruppo andasse ascritta, in massima parte se non per intero, all’immutata corrispondenza d’intenti tra Don Henley e Glenn Frey, il ragazzo di campagna e quello di città, in grado di completarsi, sovrapporsi, compenetrarsi, lanciarsi occhiate, accordi e note con la naturalezza e il magnetismo dei tempi d’oro.

E sebbene gli album solisti del secondo non valgano un’unghia di quelli del primo, il garante dell’equilibrio tra le varie anime degli Eagles – una congrega di adepti del country-rock guidata, però, dal professionismo e dal perfezionismo dei turnisti di lusso – è sempre stato lui, Glenn Lewis Frey, nato a Detroit, nel Michigan delle grandi industrie automobilistiche e dei panorami puntellati da fabbriche e capannoni, alla fine dei ’40 e lì timido studente di pianoforte negli anni dell’infanzia e anima di varie band locali (per lo più votate all’ideale beatnik stimolatogli dalla lettura delle opere di Jack Kerouac) nelle stagioni dell’adolescenza. Aveva esordito da professionista con Bob Seger, per il quale aveva suonato in uno dei primi album e dal quale aveva ricevuto lusinghieri incoraggiamenti, ma il punto di svolta, non solo per lui, era arrivato qualche anno dopo (intorno al 1970), allorché Linda Ronstadt, su consiglio dell’allora fidanzato JD Souther (grande amico di Frey), aveva deciso di andare per concerti facendosi accompagnare da ragazzi esuberanti, come lei alle prime armi e perciò provvisti di quella freschezza e quella voglia di originalità talvolta precluse ai musicisti di lungo corso.

Fu così che i futuri Eagles, ossia Frey alle chitarre e alle tastiere, Henley alla batteria, Bernie Leadon e Randy Meisner (senza dimenticare Joe Walsh, dal 1975, e dal 1977, dopo l’addio di Meisner, Timothy B. Schmidt), si conobbero per la prima volta, innescando uno degli ordigni sonori più remunerativi e meglio congegnati dell’intera storia del rock. Uno dei segreti della loro fortuna fu proprio la presenza di Frey nel ruolo del direttore d’orchestra, demiurgo intento a far confluire l’indole agreste dei compagni d’avventura all’interno di un contenitore sì allergico alle gerarchie, progressista, innovativo e non troppo incline ai luoghi comuni (secondo l’orientamento del country-rock dell’epoca, propenso a espandere i confini del suono delle radici attraverso robuste iniezioni di sogni acidi, attitudine hippie e cocaina), ma ogni volta concepito e scontornato con la pazienza certosina, il gusto virtuoso per il dettaglio e l’accumulo di particolari tanto apprezzati, dal nostro, in quei 45 giri di r&b e soul che ne avevano intessuto l’educazione sentimentale.

L’intreccio di dettagli e sprezzatura rootsy, vivacità country e retrogusto amaro, temperamento riformatore e strumenti arcaici permise alle aquile di far breccia nel cuore di milioni di ascoltatori, anche europei, fino a diventare l’icona di un certo modo, affettuoso ma non reazionario, d’intendere l’immaginario americano dei cowboy e della vita sulla strada; eppure, una volta disgregata la macchina artistica e commerciale degli Eagles, il cammino di Frey, nonostante gli sporadici riscontri di classifica, divenne scosceso e avaro di risarcimenti, come se l’artista, da solo, non riuscisse più a replicare la coerenza disciplinata in mezzo a colleghi invero lontanissimi dalla sua originaria formazione musicale.

Il primo No Fun Aloud (1982), malgrado una deliziosa rilettura della classica Sea Cruise (Huey “Piano” Smith) già appartenuta a Freddy Cannon, Shakin’ Stevens, Johnny Rivers e John Fogerty, sembrò fin troppo patinato per proporsi quale degno seguito dell’epopea degli Eagles, mentre il vendutissimo The Allnighter (1984), sostenuto dai cameo di Frey nel cast e nella colonna sonora del telefilm Miami Vice (Smuggler’s Blues diede addirittura il titolo a un episodio omonimo) e dall’affermazione planetaria della peraltro orripilante The Heat Is On (scritta dal nefasto compositore tedesco Harold Faltermeyer per il primo capitolo della serie cinematografica Un Piedipiatti A Beverly Hills [Beverly Hills Cop, 1984], celeberrima franchise con protagonista Eddie Murphy), confermò l’impressione desolante di un autore ormai succube di sintetizzatori e soluzioni artefatte, pronto a compiacere il gusto della massa anziché, com’era accaduto in passato, desideroso di imporle la propria direzione.

Ancor più disastroso risultò, quattro anni dopo, Soul Searchin’, maldestro tentativo di omaggiare il soul urbano della giovinezza tramite arrangiamenti tanto gonfi quanto sciatti, per fortuna sorpassato da uno Strange Weather (1992) sempre pericolosamente in equilibrio sul crinale del soft-rock e nondimeno reso vivace dalla schiettezza del messaggio politico (molto critico nei confronti delle amministrazioni repubblicane) e da sonorità appena più asciutte, malinconiche e meditative. Troppi sax e troppe tastiere non giovarono al celebrativo Glenn Frey Live (1993) e, a più di un decennio dal rientro nei ranghi delle aquile, archi, ottoni e flauti rovesciarono saccarina in eccesso sull’altrimenti amabile After Hours (2012), rassegna di ballate jazz e melodie prelevate dal canone americano di mezzo secolo prima.

Scomparso due giorni fa, all’età di 67 anni, dopo l’aggravarsi (causato da un difficile intervento all’intestino dell’autunno scorso) di artrite reumatoide, colite ulcerosa e polmonite, Glenn Frey non merita, comunque, di essere ricordato per l’altalenante percorso solista, quanto per il ritmo, l’esattezza stilistica e il rigore produttivo portati in dote agli Eagles e ai loro affreschi di un deserto californiano vissuto quale trasposizione interiore, sognante, visionaria e pop, della frontiera e delle praterie appartenute, ai tempi della colonizzazione degli Stati Uniti, ai pionieri e agli uomini con la pistola.

Sebbene detestati, nei panni di «Drugo» Lebowski (Dude in originale), dal Jeff Bridges di Il Grande Lebowski (The Big Lebowski, 1998), che veniva defenestrato da un tassinaro per aver detto di odiare «i fottuti Eagles», ai quali il vecchio hippie preferiva i Creedence (forse perché, al contrario degli Eagles, tutti californiani doc), i musicisti di Desperado (1973) e Hotel California (1976), Glenn Frey in testa, hanno cercato di fermare il tempo mitico della storia americana in quadri sonori dove le chiacchiere al tramonto, l’acqua dell’oceano, i confini psicologici e quelli dei terreni, le radici popolari del country, la grinta del r’n’r e l’immediatezza delle canzoni pop sapessero parlare alle nuove generazioni interpretandone le fantasie. 150 milioni di dischi dopo, ci sono – possiamo dirlo – riusciti, e salutarli è triste, perché a essersene andato non è solo Glenn Frey, membro del gruppo della sua nascita, ma una parte di noi.

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